martedì 29 novembre 2016

Ophrys e Malmgren

Ecco il resoconto di un nuovo esperimento ancora in corso.
Il tutto nasce da una passeggiata in Valpolicella, che è famosa per il vino e quindi per la vite, ma facendo parte dei monti Lessini, è anche ricca di orchidee selvatiche, soprattutto in quelle aree che non sono ancora diventate vigneto.
In una macchia con diffuse radure, troppo impervia per farne terrazzamenti, ho trovato la solita distesa di orchidee, abbondatissime anacamptis, orchis pyramidalis e moltissimi himantoglossum, orchidea davvero bizzarra, che non avevo mai visto nella mia zona. Eccone una foto qui sotto. Il nome significa lingua fatta a cintura.


Oltre alle orchidee in piena fioritura, ve ne erano molte alla fine del ciclo vegetativo, con stelo e foglie disseccate. Osservando la disposizione dei baccelli ho concluso che dovesse trattarsi di ophrys, orchidee "bombo", quelle che effettivamente stavo cercando, sperando di trovarle ancora in fiore per fare qualche bella fotografia.
So che non bisognerebbe mai asportare piante rare e protette come le orchidee, anche quando sono al fine del loro ciclo vegetativo. La tentazione è stata però troppo forte, e così ho preso qualche baccello maturo e l'ho incartato alla bell'e meglio, autoassolvendomi con la scusa che, se l'esperimento avesse avuto successo, avrei poi riportato in natura buona parte delle piante ottenute.
Era già da qualche anno che mi ripromettevo prima o poi di provare a far germinare qualche specie di orchidea terricola nostrana e così mi ero già documentato.
La "bibbia" a questo riguardo è questa:

http://www.lidaforsgarden.com/Orchids/engelsk.htm

Si tratta del sito di niente di meno che Svante Malmgren, l'inventore del substrato per far germinare le orchidee terrestri europee, le quali hanno una biologia molto diversa da quella delle epifite tropicali.
Online mi sono procurato una dose di preparato per il substrato Malmgrem e ne ho fatto un po' di vasetti in polipropilene che sono quelli che ormai uso abitualmente rispetto a quelli di vetro. Stando a quanto viene spiegato sul sito sopra, la percentuale di germinazione migliora sensibilmente aggiungendo degli addittivi particolari al preparato: rapa, patata, succo d'ananas, ecc. Il meccanismo alla base di questa particolarità non è ancora stato del tutto chiarito. Pare che certi tuberi e frutti contengano composti o fitormoni che stimolano i semi di orchidea. Devo dire che la cosa mi vedeva molto scettico ma, come prima volta, ho deciso di seguire le istruzioni alla lettera. In estate però, periodo in cui ho effettuato la semina, di rape nei supermercati non ce n'erano. Ho girato tutti i fruttivendoli e centri commerciali della mia città, ma niente. Così, dopo aver passato in rassegna possibili alternative come il sedano rapa, il daikon, il cavolo rapa, alla fine ho optato per i ravanelli. Per dare un minimo di scientificità al mio procedimento che è in realtà del tutto empirico e approssimativo, ho preparato un po' di vasetti di "controllo" con patata e con il solo medium.
La sterilizzazione è stata fatta con i semi di presunta ophrys in ammollo per circa 8 minuti in candeggina opportunamente diluita allo 0,3-0,5%, cosa che mi ha dato dell'altro mal di testa nel calcolare come giungere ai volumi richiesti partendo dalle percentuali di NaCl nella candeggina commerciale, che è anch'essa del tutto approssimativa. La semina è stata effettuata in sacchetti di plastica irrorati di candeggina. Una pratica estremamente rozza ma che si è dimostrata efficace in quanto non c'è stata nessuna contaminazione.
I vasetti, una decina in tutto, per problemi di spazio nel mio piccolo appartamento, sono stati divisi tra due location differenti, casa mia e casa dei miei. Tenuti come si conviene, in posizione fresca con abbondante luce indiretta.
Nel sito che ho seguito per le istruzioni danno come tempi di germinazione dai due giorni alle quattro settimane. Ecco perché dopo 4 mesi senza alcun segnale di vita, dimentico delle passate esperienze, mi sono tristemente deciso a sbarazzarmi dei vasetti che tenevo da me e che mi occupavano prezioso spazio.
Ed ecco che l'altro giorno, a pranzo dai miei, mi è caduto l'occhio sui vasetti che avevo lasciato nella mia vecchia camera da letto e ho notato dei puntini bianchi. Osservando meglio con la lente d'ingrandimento è apparso questo:

 e questo:
Delle piccole masse globulari di un colore bianco traslucido larghe forse un millimetro e ricoperti da filementi che sono gli abbozzi delle prime radici.
Nei vasetti con il solo substrato nutritivo Malgrem ancora nessuna traccia. In quello con l'aggiunta di patata ci saranno tre o quattro protocormi, mentre quello con il ravanello è coperto da un'uniforme costellazione di puntini bianchi.
Per ora, facendo i debiti scongiuri, godono di ottima salute.
Il prossimo passo sarà il trapianto su substrato fresco. Stando alle istruzioni ciò dovrebbe avvenire quando i protocormi hanno raggiunto i 5 millimetri di diametro.

domenica 19 giugno 2016

Bletilla striata giapponese

Pronte allo sfiascamento le piantine di bletilla striata nate dalla semina di due capsule prese nel penultimo viaggio in Giappone lo scorso agosto.
I semi, partendo da capsula ormai secca, sono stati piantati su un substrato Phytamax, all'interno di vasetti in polipropilene tenuti in cassone in plexiglass con luci fosferescenti a 6500° kelvin.
I risultati sono stati sorprendenti. Ottimo tasso di germinazione ma soprattutto grande rapidità e vigore nello sviluppo. A meno di un anno dalla semina questi sono i risultati. Piante vigorose, bulbi ben sviluppati, radici lunghe e ben distribuite nel gel.
Per un attimo mi sono sentito meno invidioso di certe immagini che fanno vedere i fiascatori professionisti con giungle in miniatura all'interno dei propri vasetti.

Le condizioni di crescita non sono state poi troppo dissimili da quelle tenute per altre semine fatte in passato. Il Phytamax è il solito, dello stesso fornitore, la "serra" anche così come le luci, medesima la disinfezione con la candeggina. Quello che ha fatto la differenza credo sia stata proprio la genetica della pianta.

In Giappone le bletille striate sono piante autoctone, coltivate nelle aiule dei giardini e cortili di casa e semiselvatiche, con una buona varietà genetica dovuta alla presenza degli impollinatori naturali. L'immagine sopra è l'aiuola da cui le capsule sono state prese. Era una specie di spartitraffico tra due stradine semipedonali. Non credo che qualcuno sia andato lì a impollinarle per cui l'operazione deve essere stata effettuata da insetti. Ciò probabilmente da' alle piante un certo vigore e salute che spiega gli ottimi risultati.
Le piante sono state piantate in terra, con la solita dose di cartone, e sembrano stare tutte molto bene.

venerdì 26 febbraio 2016

Germinazione eroica


Un aggiornamento sulla Fasciata X Red Ink incrociata con uno dei miei ibridi di Phalaenopsis 1.
Temevo di non avere molto da aggiornare in quanto la pianta madre è stata prossima all'estinzione. Dopo la fecondazione e lo sviluppo di un bel baccello, avevo sistemato la pianta in un punto dove il ricircolo d'aria era poco e aveva causato una malattia fungina che poi scoprii trattarsi di septoria. Intervenuto senza molte speranze con uno spray anticrittogamico a largo spettro, la pianta era miracolosamente sopravvissuta, perdendo tuttavia tutte le foglie meno una. Lo stelo con il frutto si era conservato e sebbene non mi facessi molte illusioni, avevo comunque provato a piantarlo su un substrato standard Phytamax.
La pianta è ancora viva, incredibilmente ha messo una nuova foglia anche se lo sviluppo va a rilento.
Il baccello a prima vista si era rivelato vuoto, con all'interno la tipica lanuggine ma senza la classica polverina costituita dai semi di orchidea. L'inoculazione del gel nutritivo è stata fatto mettendo in ammollo in acqua distillata sterile all'interno di una siringa la lanuggine e facendo poi gocciolare il liquidi all'interno dei vasetti.
A distanza di più di 5 mesi sono spuntati i protocormi. Per ora sono due in totale, uno per 2 dei 3 vasetti seminati. La foto sopra ne ritrae uno assieme a una piantina di bletilla striata nata da una "contaminazione" nel corso della semina. Non è molto a fuoco ma è il massimo che sono riuscito a fare attraverso lo strato di polietilene appannato. Devo dire che l'immagine ha un certo misticismo...
Per ora i due "fratelli" paiono in gran forma, sotto la luce artificiale sono diventati di un bel verde intenso, hanno sviluppato una bella "peluria" radicale e si stanno ingrossando. Uno dei due ha già un'abbozzo di fogliolina. Conoscendo le numerose morie a seguito di trapianti e sfiascamenti non mi faccio illusioni che possano arrivare un giorno a fioritura, ma nell'eroismo che la pianta e la sua prole hanno dimostrato in tutta questa vicenda non si sa mai.

mercoledì 10 febbraio 2016

Una nuova gita in Giappone

In realtà la gita è di poco meno di un anno fa, ma tra una cosa e l'altra trovo solo ora il tempo di pubblicare il post ad essa relativo.
La gita questa volta è stata fatta in aprile-maggio, in tempo per molte fioriture, prime tra tutte quelle di bletilla striata (shiran in lingua locale), che in giappone è comune come da noi i narcisi. Le si trovano un po' dappertutto: nelle aiuole, negli spazi verdi dei templi, nei vasi di fronte alle abitazioni, ai lati dei vialetti nei parchi.

Molte sono ovviamente piantate, ma avendo notato alcuni baccelli in formazione, e ben conoscendo la facilità di germinazione delle bletille, credo che molte siano nate spontaneamente.
Il colore predominante è il classico lilla, ma ce ne sono anche di rosa e qualche rara bianca.

Da una terza gita in Giappone ad agosto ho anche riportato un paio di capsule mature "rubate" da un'aiuola nello spartitraffico di una zona residenziale. I semi sono stati piantati e questo nuovo capitolo sta avendo un grande successo. Tempo permettendo sarà oggetto di un post nei prossimi giorni.
Una cosa interessante del Giappone sono i giardinetti privati, soprattutto delle zone residenziali delle periferie fatte di casette di due o massimo tre piani costruite tutte attaccate. Ai lati dell'ingresso i proprietari di casa allineano in bella mostra vasi, vasetti, fioriere, spesso senza nessuna protezione tanto, a quanto mi dicono, i furti o gli atti vandalici sono pressoché inesistenti. Sono delle verie e proprie esibizioni, si vede che c'è orgoglio nella coltivazione, e credo che sotto sotto ci siano anche delle sottaciute competizioni e invidie di vicinato.


A guardare con un po' di attenzione ci si trova di tutto. Molte le ortensie, apprezzate in tutta l'Asia, di ogni genere e tipo. Qualche pianta grassa, bulbose varie, peonie, agrumi, qualche conifera potata a mo' di bonsai e qualche bonsai vero e proprio. Si vedono anche diversi alberelli di ulivo, che sta diventando molto richiesti come piante da giardino.
Non mancano naturalmente le orchidee, le selvatiche e le autoctone in particolare, per le quali i giapponesi sembrano avere una vera passione.

Ci sono i Cymbidium Goeringi (Shun-ran in giapponese), altri tipi di Cymbidium di piccole dimensioni, Neofinetia Falcata (Fuki-ran) Sedirea Japonica (Nago-ran), e tutto il repertorio che si trova anche nelle pagine di questo blog. I più perspicaci avranno capito che "ran" in giapponese significa orchidea.
Un capitolo a parte meritano invece i Dendrobium Moniliforme (Sekkoku), varietà giapponese autoctona di denrobium.

Anche di queste ne ho trovato molte di fronte alle case e nei giardinetti, ma la cosa più sorprendente sono state le montature su alberi, proprio come avviene in natura essendo queste piante delle epifite tipiche della foresta pluviale temperata di ampie zone dell'arcipelago nipponico.

Le montature che si possono vedere nelle immagini non sono spontanee, d'altronde ci troviamo nella periferia di Osaka, la seconda megalopoli del paese. I piccoli dendrobium sono stati messi lì da qualcuno, legati accuratamente al tronco dopo avervi posizionato dello sfagno e probabilmente vengono annaffiati con una certa regolarità.

La foto sopra è stata scattata nel giardino dove una pasticceria tradizionale ha il suo plateatico.

Fortunatamente nessuno ha chiamato la polizia per controllare uno straniero sospetto che curiosava intorno ad abitazioni e negozi scattando foto.

domenica 5 luglio 2015

Palaenopsis 4.2


Ennesima novità del 2015. Ennesima phalaenopsis che fiorisce senza albero genealogico e che mi costringe a fare supposizioni un po' grossolane sulle sue origini. A giudicare dalla colorazione bianca direi che potrebbe trattarsi di una 4 o comunque di un ibrido che ha la 4 come uno dei due genitori anche se alcuni dei pollini usati per le fecondazioni erano stati "rubati" un po' a caso da phalaenopsis esposte in centri commerciali e garden center. Quindi in realtà questa attribuzione è del tutto aleatoria. Bianca è bianca. Rispetto alla palaenopsis 4.1 di cui ipotizzo sia parente, ha tenui sfumature violacee e i sepali inferiori puntinati. Petali e sepali sono arrotondati ed eleganti. Anche se come sempre finora, c'è stata un po' di delusione della speranza di avere una varietà insolita, questo nuovo fiore mi piace per equilibrio ed eleganze. Per questa estate mancano ancora due fioriture che sono in dirittura d'arrivo.

mercoledì 1 luglio 2015

Nuovo ibrido: 3.2


Nuova fioritura in questi giorni. Anche di questa phalaenopsis ho però perso il "pedegree" per cui non so chi ne siano i genitori. A giudicare dal solito motivo venato sui petali si direbbe che almeno uno dei due (se non addirittura entrambi) sia l'onnipresente phalaenopsis 3. Questa volta però è emersa una variante genetica legata alla forma e che non ricordo in nessuna delle orchidee che avevo ibridato. Petali e sepali infatti, invece della solita forma morbida e arrotondata, sono più affilati e appuntiti. I sepali appaiono più lunghi che nelle più comuni varietà di phalaenopsis da supermercato e quelli inferiori hanno un angolo più stretto che li mette maggiormente in risalto.
Devo dire che questa nuova forma, forse anche perché insolita, mi piace molto, e anche se la colorazione è piuttosto banale e scialba, credo che in futuro potrei decidere di incrociarla con qualche altra varietà con un motivo cromatico più interessante.

sabato 13 giugno 2015

(Fasciata X Red Ink) X Ibrido di Phalaenopsis 1

Era da un po' di tempo che non procedevo a qualche nuova impollinazione. Se devo dirla tutta il processo di semina è tanto laborioso, richiede grandi quantitativi di tempo in ciascuna delle fasi. In più il numero di piante prodotte è notevole per cui o acquisto una serra industriale e faccio di questo passatempo una professione, o limito l'attività riproduttiva delle orchidee. Ora che ho una procedura abbastanza consolidata ed efficace per produrre substrati e per riuscire a far germinare i semi di orchidee, vorrei quindi riservare le energie per quei casi che valgano la pena di essere incrociati per produrre ibridi interessanti o per essere moltiplicati.
Le prime fioriture, al di là della grande emozione iniziale, in termini di caratteristiche degli ibridi si sono rivelate delle piccole delusioni. Così ho aspettato ancora un po' prima di procedere e mi sono deciso solo quando ho finalmente avuto qualcosa di interessante per le mani. Il nuovo incrocio è avvenuto tra l'ibrido di phalaenopsis fasciata (incrociata con una Red Ink), coi suoi bei fiori carnosi e cerosi e il primo ibrido fiorito quest'anno, una phalaenopsis 1 bianca dai fiori morbidi e delicati.


L'impollinazione è avvenuta a incrocio, polline dell'una è andato a fecondare l'altra e viceversa.  Purtroppo solo un'impollinazione ha avuto successo, quello che come pianta ricevente aveva l'ibrido di phalaenopsis fasciata. L'altro fiore, pur avendo inizialmente dato accenni di rigonfiamento del baccello, alla fine è avvizzito ed è caduto, probabilmente poiché già vicino alla fine del suo ciclo di fioritura e ormai indebolito di per se'. La phalaenopsis fasciata ha dato invece prova di grande vigore e rapidità. La prima immagine all'inizio del post è stata scattata a una settimana dall'impollinazione e già si vede il baccello che va formandosi e che ha preso un bel colore verde brillante. Il confronto con il picciolo dell'altro fiore è evidente. Ad oggi, a una ventina di giorni dalla fecondazione, il baccello inizia ad essere già ben formato. La cosa bella della fasciata è che nonostante l'impollinazione il fiore non è appassito immediatamente ma si è mantenuto turgido e lucido per un po'. Solo in questi giorni incomincia a seccarsi un po'.
I timori adesso sono sulla tenuta della pianta madre che è abbastanza giovane e pur avendo un apparato radicale molto ben sviluppato non ha moltissime foglie e anzi è da un po' che non ne mette di nuove. Portare a maturazione una capsula può richiedere uno sforzo notevole alla pianta.
Altro dubbio è sui tempi di maturazione. Le phalaenopsis trattate finora avevano bisogno di 3-4 mesi per giungere a germinabilità dei semi. Data la rapidità dello sviluppo iniziale e il clima estivo i tempi potrebbero però essere più rapidi.

mercoledì 20 maggio 2015

Fasciata X Red Ink


La fiasca fu acquistata a Orchibo, la mostra mercato di orchidee a Bologna, nel maggio 2012, esattamente 3 anni fa. Si trattava di un barattolino con substrato nustritivo su cui erano impiantate 3 o 4 piantine che a occhio e croce avevano almeno già un anno. Stando alla descrizione scritta sul coperchio a pennarello nero si trattava di un incrocio tra phalaenopsis fasciata, una specie botanica originaria della foresta pluviale delle filippine, e una Red Ink, un ibrido commerciale dall'acceso colore rosso.
Una volta sfiascate, delle piantine ne sopravvisse solo una che con il tempo è cresciuta sempre più vigorosa seppur restando di taglia relativamente piccola ma sviluppando un rigoglioso apparato radicale. Poi verso febbraio la sorpresa nel veder spuntare uno stelo floreale e dopo un'estenuante crescita, qualche giorno fa la prima sbocciatura.
Bisogna dire però che è valsa la pena di aspettare perché il risultato è davvero sorprendente. Alla tipica decorazione striata della phalaenopsis fasciata, si aggiungono le amipe aree di colore vivace. Mi spiace solo di non avere più il nome del coltivatore da cui l'acquistai perché mi piacerebbe inviargli la foto oltre che potergli fare un po' di meritata pubblicità.
I fiori sono solo tre, di media grandezza, con un aspetto e una consistenza cerosa e lucida.
La loro fioritura mi ha fatto tornare la voglia di provare qualche ibridazione. Al momento sto cercando di immaginare quale possa essere la compatibilità con le phalaenopsis commerciali e quei due o tre ibridi che sono riuscito a portare a maturità. Potrebbe essere ad esempio interessante incrociarla con una phalaenopsis bianca. Altra considerazione riguarda la capacità di una pianta ancora relativamente giovane e non completamente sviluppata, di portare a maturità una capsula. Nei prossimi giorni cercherò di decidermi anche perché alcune delle primissime fioriture stanno arrivando a termine.

lunedì 13 aprile 2015

Fallimento Cymbidium Goeringi

Inutile illudersi, quando un progetto è fallito bisogna ammetterlo. Non posso nascondere che a momenti ci avessi quasi sperato, ma sin dall'inizio il cymbidium goeringi si è dimostrato un osso duro. Da quello che leggo in giro i cymbidium in generale sono particolarmente difficili da tirar su da seme e con tempi biblici, la varietà goeringi poi è anche peggio, con tassi di germinazione bassissimi, costituzione debole e facilità all'imbrunimento dei protocormi. I trapianti sono serviti a poco, anzi, dopo ogni trapianto le morie si facevano ancora più frequenti, segno di una certa delicatezza e insofferenza al maneggiamento.
Di fiasche ne erano rimaste solo 2 ma da mesi i protocormi non davano più segni di vita, ormai completamente sbiancati. Mi illudevo potesse trattarsi solo di stasi invernale ma adesso che persino le neofinetie, le bletille e le neofinetie (tutte originarie della stessa latitudine) sono sveglie e pimpanti, devo accettare che il progetto shunran è definitivamente giunto al termine. E, dati i tempi e gli scarsi risultati, non credo che ve ne saranno di nuovi in futuro.

domenica 5 aprile 2015

Nuovo ibrido

Un nuovo ibrido di phalaenopsis sta fiorendo in questi giorni. Sono passati praticamente 6 anni dalla semina. Poi non mi si dica che mi manca pazienza e perseveranza...
Finalmente abbiamo un ibrido degno di questo nome, cioé con caratteristiche che, per quanto simili a quelle della pianta madre, siano originali. Anche di questa ho perso la tracciabilità nel corso dei trapianti e non so quindi di chi sia figlia seppur, stando a forme e colori, possa fare delle supposizioni.
A prima vista potrebbe sembrare un incrocio di phalaenopsis 2 di cui pensavo di non aver più discendenza, estintasi con l'imbrunimento totale dei protocormi. In realtà potrebbe darsi che abbia utilizzato del polline di phalaenopsis 2 per fecondare un'altra pianta, forse la 3. L'ipotesi nasce dall'osservazione delle varie piante madri e di uno dei primi ibridi ottenuti:

Palaenopsis 2 (pianta madre)
 Phalaenopsis 3 (pianta madre)
Ibrido 3.1

Il nuovo ibrido ha un po' di venature tipiche della phalaenopsis 3 ma un colore fucsia uniforme come la 2 seppur più tenute. La parte più interessante, che purtroppo in foto non risalta molto, è il contorno bianco dei petali, che solo ora noto che effettivamente anche la 2 aveva, sebbene nell'ibrido è decisamente più accentuato. Altra nota caratteristica è la puntinatura nella parte centrale dei petali che parrebbe derivare dalla 3 ma che nella pianta figlia è decisamente più accentuata.
Per ora si sono aperti solo due fiori dei cinque boccioli e bisognerà verificare se un'ulteriore particolare caratteristica sarà confermata come aspetto genetico e non come semplice deformazione di uno o due fiori. Sul petalo superiore appare una rientranza asimmetrica sul bordo sinistro che nella foto non si nota perché nascosta dai due petali obliqui superiori.
Ad ogni modo, sulla base di queste osservazioni che pur nulla hanno di scientifico ho deciso di battezzarla 3-2, in onore delle due piante dal cui incrocio ritengo derivi.
Per quest'anno di sorpresa ne rimane solo una. Un ibrido acquistato in gel alla fiera di Bologna e che ha prodotto uno stelo floreale con due boccioli.
Poi potrebbe essere giunto il momento di provare a realizzare qualche nuovo incrocio.


sabato 14 febbraio 2015

Una gita in Giappone

Come promesso ecco il resoconto dal punto di vista orchidofilo, di una recente gita in Giappone.
La coltivazione delle orchidee a scopo ornamentale ha origini molto antiche in Giappone. Il suo clima unisce alcune caratteristiche tipiche del sud est asiatico come le piogge abbondanti e gli alti valori di umidità, a una netta divisione delle stagioni, simili alle nostre. Questo ha permesso lo sviluppo di una grande varietà di orchidee autoctone, non solo terrestri ma, pur non avendo il Giappone un clima propriamente tropicale (se non nell'arcipelago di Okinawa), anche di vere e proprie epifite, molte delle quali, a differenza delle loro cugine originarie dei climi caldi, possono resistere a inverni relativamente freddi. Neofinetia falcata, dendrobium moniliforme, sedirea japonica, sarcochilus japonicus, sono alcune versioni nipponiche di varietà di orchidee molto imparentate con quelle che si trovano dai nostri fiorai come phalaenopsis, dendrobium o vanda. Esse hanno le piccole dimensioni tipiche degli organismi che si sviluppano in ecosistemi chiusi e relativamente piccoli come le isole, ma offrono proporzioni graziose e fioriture eleganti.
Nelle antiche stampe giapponesi si ritrovano illustrazioni di queste orchidee coltivate in vaso fin dal 1500-1600.
Non mancano poi anche numerose speci autoctone di orchidee terrestri molto decorative. Ad esempio la bletilla striata, fiore comunissimo in Giappone anche in parchi e aiuole, il pleione, l'habenaria radiata, calathe discolor, cypripedium japonicum.
Non stupisce quindi che nei centri giardinaggio, oltre agli immancabili bonsai e accessori relativi, si trovino spesso in vendita anche queste orchidee e i vasi, i terreni, i fertilizzanti specifici.
Gli esploratori e i naturalisti del 1700 e 1800 si avventuravano in territori inesplorati (dagli occidentali) alla ricerca di nuove speci da studiare e campionare, io invece per ora mi sono accontentato di avventurarmi in un garden center della periferia di Osaka alla ricerca di qualche esemplare originale.

Questo è stato il primo acquisto. Non un esemplare raro di orchidea ma il mitico fertilizzante Hyponex. Dico mitico perché lo si trova citato in moltissimi testi e post relativi alla preparazione di substrati casalinghi per la germinazione dei semi di orchidee e in Italia a quanto pare non è commercializzato. Hyponex è la marca di fertilizzanti che va per la maggiore in Giappone, ce ne sono ovviamente di ogni genere e tipo, in polvere, liquidi, per questa o quella pianta. Io alla fine ho presa una confezione specifica per orchidee con NPK 6-6-6, vitamine e, stando a quanto riportato sull'etichetta (se non leggete il giapponese vi dovete fidare), di un composto a base di zuccheri di derivazione naturale che mi fa andare la mente a un mio esperimento di qualche tempo fa, oltre al fatto che nel gel di germinazione normalmente si mette una certa quantità di saccarosio.

Queste invece sono le orchidee vere e proprie. Data la stagione, la maggior parte delle varietà in vendita erano bulbose pronte ad essere messe a dimora.
Qui abbiamo due tipi di pleione, uno giallo e uno rosa, una bletilla striata rosa pallido, e un'habenaria radiata che in giapponese è chiamata 鷺草 (sagiso), ossia erba-airone, per la peculiare forma dei fiori che ricordano le ali e il becco di un bianco airone.
Rimanendo al tema di questo blog, in fondo anche l'acquisto è in un certo senso un metodo di propagazione asimbiotica. Permette di aumentare il numero di esemplari e di estenderne il loro areale anche a svariate migliaia di chilometri di distanza dalla pianta madre. Per le orchidee, una strategia evolutiva decisamente vincente...

All'interno delle confezioni i bulbi, uno o due a seconda della varietà, sono contenuti in un vasetto di plastica avvolti nello sfagno umido.
Per la messa a dimora ho seguito le indicazioni di un libro molto dettagliato sulla coltivazione delle orchidee autoctone giapponesi che già in passato mi aveva fornito alcuni informazioni e spunti interessanti. Come base del substrato per quasi tutte le terricole giapponesi si trova spesso il terreno akadama, letteralmente "palline rosse", una specie di tufo color terra di siena in forma di piccole palline di varie dimensioni. E' spesso utilizzato anche nella coltivazione dei bonsai perché ha la caratteristica di assorbire l'acqua e rilasciarla progressivamente senza che il liquido resti a contatto con le radici, cosa che potrebbe causare marcizioni. In più, essendo di origine vulcanica, contiene un gran quantitativo di minerali utili allo sviluppo della pianta. Insomma un terreno ideale, da mischiare, a seconda delle varietà, con perlite, lapillo vulcanico, torba di sfagno, sabbia, etc.
Il problema è che in Italia l'akadama ha prezzi completamente assurdi. Per un sacchetto da 10 chili si può arrivare a pagare 20-30 euro. E qui sorge spontanea una riflessione. Perché nel garden center giapponese dove ho fatto acquisti, ovviamente c'era anche l'akadama. E il prezzo per un sacchetto da 10 o forse anche 20 chili era di poco più di 300 yen, che al cambio attuale fanno poco più di 2 euro. Insomma, l'akadama in Giappone è del comunissimo e banalissimo terreno per le piante che costa anche meno del compost da geranei nostrano.
Anche considerando i costi di trasporto dal lontano Sol Levante e lo smercio che, per quanto anche da noi ci siano gli appassionati di bonsai, resta sicuramente ridotto, appare difficile giustifcare un ricarico del 1000% o più se non con la volontà di certe ditte specializzate in prodotti per bonsai di approfittarsi della dabbenaggine degli italiani. Insomma, alla fine, un paio di chili di akadama a 10 euro sono stato costretto a comprarli ma giuro che la prossima volta, a costo di pagare l'extra previsto per il superamento dei limiti di peso del bagaglio da stiva, me ne ritorno con un sacchetto di akadama in valigia. O provo a utilizzare il tufo delle crete senesi.

giovedì 12 febbraio 2015

Nuova fioritura

Al rientro della lunga gita gipponese dei cui risvolti orchidofili racconterò presto, ho trovato una piacevole sorpresa. Un'altra fioritura di una pianta derivata da seme. Questo dev'essere proprio l'anno giusto.
Anche di questa ho perso la classificazione ma il colore dei fiori ci da' sicuramente un solido e inaspettato indizio. Si tratta quasi sicuramente di una phalaenopsis 4, l'ultima in ordine temporale ad esser stata seminata. Andandomi a rivedere un po' di post vecchi constato che, ammesso sia veramente lei, la semina della phalaenopsis 4 è avvenuta a settembre del 2011, il che mi metterebbe finalmente in linea con quelle che sono le medie per arrivare alla maturazione della pianta partendo dalla riproduzione sessuata, cioé circa 3-4 anni.
La pianta madre di phalaenopsis 1 ha fiori candidi piuttosto grandi, come effettivamente la pianta che sta fiorendo, e non ricordo di altre piante madri con fiori bianchi. Oppure è il risultato delle caratteristiche del polline utilizzato sulla pianta ospite. La piantina era ancora relativamente piccola, infatti mi sono stupito quando ho notato che aveva emesso uno stelo floreale, a riprova del fatto che alla fine è effettivamente la luce il fattore determinante.
La delusione invece deriva dalla poca divergenza tra pianta madre e figlia. Da qualche parte avevo letto della grande variabilità genetica delle phalaenopsis, dovuta anche al gran numero di incroci che vengono effettuati prima di arrivare all'ibrido commerciale, il cui patrimonio genetico si accumula nel DNA finale pronto a riemergere alla prima occasione. E invece nelle prime due fioriture ho avuto praticamente dei cloni delle piante d'origine, tanto che per il momento non sto procedendo ad alcuna nuova impollinazione, nella speranza di avere presto del materiale genetico un po' più originale da utilizzare. La prossima fioritura in programma infatti sarà una novità assoluta, almeno per me, una phalaenopsis acquistata ancora in fiasca alla fiera delle orchidee di Bologna a primavera 2012, incrocio tra una "red ink" e una "fasciata".

domenica 14 dicembre 2014

Eccola!

Ci siamo, dopo 5 anni di trepidante attesa, ecco la prima fioritura di una delle mie phalaenopsis nate da seme. E' un piccolo, piccolissimo, pressoché insignificante passo per l'umanità, ma un grande momento per un coltivatore amatoriale di orchidee.
Rispetto ai 3 anni che mi ero prefigurato e che la latteratura da' come periodo minimo per giungere a una fioritura partendo da seme, è passato molto più tempo. Ma è stato necessario capire quali fossero le migliori pratiche, non solo per ottenere la germinazione, ma soprattutto per avere poi una crescita rapida delle piantine e le condizioni ambientali (substrato, luce, fertilizzazione) per poter arrivare alla fioritura nei tempi più rapidi. La speranza è che le semine future possano arrivare a fioritura in tempi più brevi.
Un paio di riflessioni. Innanzitutto sulla catalogazione. Nel marasma delle etichette messe, scambiate, perse, la pianta in questione era stata considerata una phalaenopsis 1. In realtà, osservando il fiore, appare chiaro che si tratta di una phalaenopsis 3. Confrontandola con la pianta madre (qui), il fiore è assolutamente identico. E' anche da escludere che si tratti di una phalaenopsis 1 impollinata con polline della 3 perché in teoria i caratteri prevalenti dovrebbero essere quelli della pianta che porta il baccello e la somiglianza in questo caso è troppo marcata.
Non nascondo che nella gioia dell'essere riuscito a portare a fioritura almeno una pianta, c'è un po' di delusione per l'ovvietà dell'ibrido che non ha aluna originalità rispetto alla pianta madre. I petali sono forse un po' più grandi, i colori forse un po' più brillanti, ma la sostanza è quella.
Il fattore positivo è stato la rapidità con cui lo stelo, una volta emesso, è giunto a fioritura. In tutto circa un mese. La pianta nel complesso è ancora di dimensioni contenute, il che potrebbe denotare una certa precocità. Queste potrebbero essere caratteristiche desiderabili, magari da ricercare nella produzione di ulteriori ibridi da questo clone se mai volessi procedere con ulteriori impollinazioni, tutte valutazioni da fare prossimamente. Ci sono nel frattempo altre due phalaenopsis da seme che stanno portando avanti i loro steli floreali per cui a breve ci saranno degli aggiornamenti.

lunedì 3 novembre 2014

Ci siamo


È stato un po' come un gravidanza per la quale si aspetta a dare l'annuncio dopo il terzo-quarto mese quando si sono superate le fasi più critiche in cui le probabilità che qualcosa vada storto sono più alte.
Non ho propriamente aspettato tre mesi ma uno, e ormai direi che, a parte l'imponderabile, ci dovremmo essere. Una phalaenopsis che credo sia di varietà 1, ma è passato talmente tanto tempo che la catalogazione non ha più molta importanza, ha decisamente emesso uno stelo floreale. Proprio una di quelle nate dalle primissime semine. Ormai sono passati cinque anni.
La cosa che mi sorprende è la rapidità con cui sta crescendo lo stelo. In poco più di un mese ha superato di 4 o 5 volte la lunghezza e il ritmo di crescita degli steli floreali che stanno emettendo alcuni ibridi commerciali di phalaenopsis che mi sono stati regalati. Ho posizionato un tutore con mollette riciclate che lo stanno facendo venire su bello dritto e che lo protegge da urti accidentali. Si incomincia anche a intravedere un bocciolo che va ingrossando.


Anche se le ricerche scientifiche smentiscono che vi sia un effetto sensibile, ho effettuato delle fertilizzazioni mirate, diminuendo in generale l'azoto e aumentando il fosforo prima e, una volta emesso lo stelo, caricando con il potassio.
Dopo una bella lavata del substrato adesso tornerò a una normale fertilizzazione bilanciata.
Credo comunque che il fattore determinante nel successo sia stata l'illuminazione sulla cui gestione questa volta mi sono messo d'impegno. C'è un'altra phalaenopsis, di dimensioni più piccole, che sembra anche lei pronta al grande evento.
La cosa comunque non finisce qui. Bisogna intanto portare a compimento la fioritura, e non mancherò ovviamente di postare aggiornamenti, e poi da lì si potrà continuare con l'ibridazione questa volta partendo da soggetti più originali. Con l'esperienza sviluppata spero che i tempi per giungere alla fioritura partendo da seme si possano ridurre ai 3 anni che vengono normalmente indicati nei testi tecnici.

sabato 1 novembre 2014

Gel morbido

Dopo un po' di sperimentazioni, considerazioni e soprattutto confrontando le mie fiasche con alcune acquistate, ho effettuato alcune modifiche migliorative al gel di germinazione. Mi ero infatti reso conto che nella maggior parte delle mie fiasche le radici delle orchidee tendevano a crescere sulla superficie del gel nutritivo, non a infilarsi in esso. Finché si trattava di epifite come phalaenopsis, neofinetia e sedirea, il problema era relativo perché comunque in natura sviluppano radici aeree. Più problematico era invece il fenomeno per le terricole che con un ridotto apparato radicale possono avere problemi nel successivo trapianto in terra.
Nelle fiasche acquistate ad alcuni mercatini di orchidofili invece spesso le radici, soprattutto delle phalaenopsis, si insinuavano nel gel con una crescita più sviluppata e armoniosa. Il problema era chiaramente la consistenza del gel che essendo più morbido permetteva questa condizione.
Già avevo fatto alcune sperimentazioni con la ricetta base, anche in considerazione dell'evaporazione che si verifica durante la fase di sterilizzazione, con un leggero aumento dell'acqua distillata nell'ordine del 10-15%.
Adesso forse ho trovato il giusto bilanciamento, come mostra l'immagine sopra con le radici di una bletilla striata ben affondate nel gel nutritivo.
Questa è la solita ricetta:

Fertilizzante NPK 5-6 grammi
20 g di zucchero
1 g di carbone attivo macinato
1 litro di acqua demineralizzata
8 g di Agar Agar

Con 5-6 grammi invece degli 8 inizialmente previsti si ottiene il risultato voluto. La consistenza finale è simile a quella di un budino morbido (non per niente l'agar si usa per la preparazione di dolci) che tremola quando si scuote gentilmente il vasetto.
I primi trapianti delle bletille direttamente in terra hanno dato ottimi risultati. Partendo da sviluppi radicali migliori, le piante hanno una maggiore resistenza e iniziano a crescere subito dopo il trapianto.

lunedì 22 settembre 2014

Sfagno e corteccia

Ormai "l'oggetto sociale" di questo blog si è chiaramente allargato, e da "coltivazione asimbiotica di orchidee in vitro" si è progressivamente trasformato, almeno in parte, in "fioritura di orchidee nate da coltivazione asimbiotica in vitro". In quest'ottica ho riportato i risultati delle sperimentazioni alla ricerca delle migliori pratiche per la crescita rapida e quindi per la fioritura dagli ibridi di orchidee nate da seme. In più di un'occasione mi sono quindi occupato dei substrati di coltivazione per le piante di phalaenopsis una volta tolte dalla gelatina sterile e finalmente, dopo una serie di sperimentazioni, alcune anche piuttosto bizzarrre con materiali e tecniche, posso dire di aver trovato quello definitivo.
Non è ovviamente farina del mio sacco. Da qualche parte in internet ho trovato un pdf riguardo la coltivazione industriale di phalaenopsis da fiore dove venivano messi a confronto vari materiali. Quello con cui apparentemente si ottengono i migliori risultati è un miscuglio di corteccia di pino e sfagno in proporzione di 8 a 2.
La corteccia si trova facilmente nei negozi di articoli per giardinaggio. Ce n'è sia per pacciamatura che per la coltivazione di orchidee. Sarebbe da preferire il primo tipo che è composto da pezzi più grandi e puliti rispetto a quello che spacciano per substrato da orchidee, che è composto da pezzi più piccoli e frantumati a formare una segatura polverosa che rischia di causare compattamenti e pericolosi ristagni idrici. Il problema è che la corteccia da pacciamatura è normalmente venduta in sacchi eccessivamente grandi. Quello "specifico" per orchidee può comunque essere utilizzato cercando di selezionare i pezzi più grossi e integri che andranno a costituire l'ossatura del substrato. Verrà poi aggiunta una manciata di pezzi più piccoli e infine lo sfagno. Una proporzione approssimativa potrebbe essere: 
  • 50% corteccia in pezzi grossi
  • 30% in pezzi più piccoli
  • 20% di sfagno.
Lo sfagno è già più difficile da trovare, i centri giardinaggio, anche quelli più forniti, difficilmente lo hanno. Io l'ho trovato on-line acquistato, secco e compresso, in grossi pacchi da 10 litri di volume. E' di origine cilena, a fibra lunga di alta qualità, e finora l'avevo usato principalmente per il rinvaso di neofinetia e sedirea. E' da aggiungere alla corteccia spezzettandolo in modo che si mischi bene. Io uso quello che avanza dal rinvaso delle giapponesi per le quali uso solo i filamenti più lunghi.
I risultati di questo sistema sono stati sorprendenti.
A circa un mese dal rinvaso questo è il risultato di una phalaenopsis 1.

 
Tutte le radici che si vedono nell'immagine si sono sviluppate in questo lasso di tempo. Si parla di allungamenti anche del 100% con notevole volume e tonicità. Visto i primi risultati entusiasmanti ho progressivamente provveduto a rinvasare con il medesimo substrato quasi tutte le phalaenopsis.

Nell'immagine sopra si vede chiaramente la crescita della radice, dalla strozzatura in alto a sinistra all'apice verde più in basso a destra, il tutto in meno di un mese.
Per alcune phalaenopsis la crescita delle radici è stata tale che nell'arco di trenta giorni ho dovuto effettuare più di un rinvaso per la stessa pianta poiché le radici non stavano più nel contenitore. Come mostra l'immagine sottostante.

 
Un'altra caratteristica di questo substrato è che le radici crescono quasi tutte verso il basso e quindi dentro il vaso, non fuori e a casaccio come spesso accade per le epifite come le phalaenopsis. Credo che il principio sia semplice. La corteccia da sola è un buon substrato ma tende a non mantenere un costante livello di umidità. Il quantitativo d'acqua che può assorbire la corteccia è limitato, e grazie a questo si evitano ristagni e conseguenti marciumi, ma proprio per questo tende ad asciugare rapidamente, motivo per cui le radici se ne "vanno in giro" in cerca di umidità.
Lo sfagno è invece fortemente igroscopico e sopperisce a questo limite della corteccia mantenendo il substrato a un livello di umidità più costante nel tempo. Il pericolo di marciume è limitato sia perché lo sfagno è solo al 20%, sia perché mantiene l'ambiente a un certo livello di acidità limitando lo sviluppo di muffe.
In questo modo anche la feritilizzazione può essere un po' più spinta poiché con il substrato che rimane bagnato più a lungo non si alzano i valori di salinità e la pianta ha la possibilità di assorbire in maniera più costante gli elementi nutritivi.
I risultati sono visibili e apprezzabili.

 
 La foglia di destra è quella nata e sviluppatasi nell'ultimo mese, da quando cioé ho effettuato il rinvaso con il nuovo substrato. Appare più grande di un 15-20%.

In questa la differenza è ancora più apprezzabile. La foglia è ovviamente quella di sinistra e già ne sta spuntando una nuova.
Vedremo quando, e se, tutta questa crescita si tradurrà finalmente in uno stelo floreale.

sabato 13 settembre 2014

Acqua e zucchero


Ammetto che sta diventando un'ossessione. Se sto giro non fioriscono organizzo il primo campionato di lancio della phalaenopsis. Le sto provando tutte: lampade artificiali e timer, fertilizzazioni spinte e dissociate, sbalzi di temperatura.
Questa volta il nuovo esperimento si è basato su alcune considerazioni. Mi perdonino eventuali tecnici all'ascolto per la grossolanità sia delle premesse che delle conclusioni. Sono solo uno "smanettone".
  • La fotosintesi clorofilliana produce e fornisce alla pianta carboidrati semplici, nella fattispecie glucosio.
  • La fioritura in certe piante si ha quando all'interno dei tessuti si raggiungono determinati valori di carboidrati (glucosio) prodotti dalla fotosintesi clorofilliana (vedi l'agave che viene colta proprio prima della fioritura, quando i tessuti sono saturi di zuccheri che vengono quindi fatti fermentare per distillarne poi la tequila). Anche le phalaenopsis, quando emettono lo stelo floreale spesso trasudano goccioline di una sostanza vischiosa e zuccherina dalle foglie.
  • Il normale zucchero alimentare è una combinazione di glucosio e fruttosio, carboidrati semplici e immediatamente pronti all'uso.
  • Nella coltivazione asimbiotica delle orchidee in gel nutritivo, non essendo i semi ancora in grado di sintetizzare carboidrati mediante fotosintesi, viene aggiunta una certa percentuale di zucchero che può essere direttamente assimilata dai protocormi.

Tutto ciò premesso, pensando di dare una "spintarella" alla fioritura di quelle piante che hanno raggiunto le dimensioni maggiori e che potrebbe essere ormai mature, oltre ai cicli di fertilizzazione e di luce artificiale, ho pensato di dare un po' di "doping zuccherino".
Ho quindi realizzato una soluzione di acqua osmotizzata e normale zucchero da cucina (20g per litro), che è circa la percentuale che si usa per il substrato nutritivo in vitro, e ho messo in ammollo le piante per circa una mezza giornata.
L'idea è quella di fornire alla pianta carboidrati in aggiunta a quelli che lei produce naturalmente con la fotosintesi in modo che l'abbondanza di zuccheri non venga utilizzata solo per lo sviluppo vegetativo, ma sia in parte immagazzinata aumentando quel processo di accumulo e saturazione che porta all'emissione di uno stelo floreale.
Per evitare eccessivi accumuli di zucchero nel substrato che potrebbero causare muffe e sviluppi fungini ho quindi lavato il tutto con abbondante acqua tornando ai normali cicli di fertilizzazione dopo un paio di giorni.
Le due piante trattate sembrano al momento in gran forma. Seguiranno post su eventuali sviluppi e aggiornamenti.

mercoledì 18 giugno 2014

Prossimi arrivi dal Giappone

I prossimi arrivi dal Giappone che giungeranno a breve.
Sopra una sempre apprezzata Sedirea Japonica (Nago-ran).

 Poi una fino ad ora sconosciuta Osa-ran (apprendo essere genere Eria).

Una Yukoku-ran che andrà a far compagnia all'altra che ho da qualche anno ma che a parte numerose foglie e pseudobulbi non mi ha mai degnato di una fioritura.

E poi questa varietà di Neofinetia Falcata (Fuki-ran) che a quanto mi dicono sta avendo molto successo tra i collezionisti. Non mi hanno ancora saputo dire il nome di questa varietà ma non mancherò di dedicarle qualche approfondimento.

Inutile dire che la parola ran in Giapponese significa orchidea. In ideogrammi si scrive 蘭. I tre segnetti più in alto sono quelli che si usano per gli ideogrammi che hanno a che fare con fiori e mondo vegetale in generale. Quello centrale 門 significa porta, e quello dentro 東 significa invece oriente.

Sfiascamento Phalaenopsis 4

Ecco le miracolate Phalaenopsis 4 che sono giunte al momento dello sfiascamento. Il vaso incominciava ad andar loro decisamente stretto.
Rimozione del gel e risciacquo accurato dei residui dalle radici, immersione in soluzione fertilizzata di acqua distillata (attorno ai 500 μS) per dar loro un po' di nutrimento qualora il gel fosse stato un po' spompo e poi ad asciugare un po' sulla carta assorbente.
Come sempre ce n'è qualcuna con la genetica particolarmente valida e che ha surclassato le altre in dimensioni.

Sono state piantate in parte in semi-idroponica, e in parte in un mix di corteccia di piccola pezzatura, gommapiuma spezzettata e perlite. Sembrano stare tutte bene e nelle ultime settimane hanno già emesso nuove foglie.

sabato 14 giugno 2014

Neofinetie appese

Ho dato una risistemata alle Neofinetie Falcate che iniziano ad essere un certo numero. Ho quindi appeso verticalmente la rete che le reggeva orizzontalmente e con dei gancetti inox presi dal ferramenta le ho appese ad essa. In queto modo si riescono a godere, e controllare, decisamente meglio e dovrebbero avere anche una migliore circolazione d'aria attorno a loro.
Sembrano gradire la condizione e l'anziana del gruppo ha dato una bella, abbondante e profumatissima fioritura. Anche le altre stanno emettendo steli floreali sebbene, essendo state messe all'aperto prima, hanno un po' rallentato.