Visualizzazione post con etichetta Varie Coltivazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Varie Coltivazione. Mostra tutti i post

sabato 1 novembre 2014

Gel morbido

Dopo un po' di sperimentazioni, considerazioni e soprattutto confrontando le mie fiasche con alcune acquistate, ho effettuato alcune modifiche migliorative al gel di germinazione. Mi ero infatti reso conto che nella maggior parte delle mie fiasche le radici delle orchidee tendevano a crescere sulla superficie del gel nutritivo, non a infilarsi in esso. Finché si trattava di epifite come phalaenopsis, neofinetia e sedirea, il problema era relativo perché comunque in natura sviluppano radici aeree. Più problematico era invece il fenomeno per le terricole che con un ridotto apparato radicale possono avere problemi nel successivo trapianto in terra.
Nelle fiasche acquistate ad alcuni mercatini di orchidofili invece spesso le radici, soprattutto delle phalaenopsis, si insinuavano nel gel con una crescita più sviluppata e armoniosa. Il problema era chiaramente la consistenza del gel che essendo più morbido permetteva questa condizione.
Già avevo fatto alcune sperimentazioni con la ricetta base, anche in considerazione dell'evaporazione che si verifica durante la fase di sterilizzazione, con un leggero aumento dell'acqua distillata nell'ordine del 10-15%.
Adesso forse ho trovato il giusto bilanciamento, come mostra l'immagine sopra con le radici di una bletilla striata ben affondate nel gel nutritivo.
Questa è la solita ricetta:

Fertilizzante NPK 5-6 grammi
20 g di zucchero
1 g di carbone attivo macinato
1 litro di acqua demineralizzata
8 g di Agar Agar

Con 5-6 grammi invece degli 8 inizialmente previsti si ottiene il risultato voluto. La consistenza finale è simile a quella di un budino morbido (non per niente l'agar si usa per la preparazione di dolci) che tremola quando si scuote gentilmente il vasetto.
I primi trapianti delle bletille direttamente in terra hanno dato ottimi risultati. Partendo da sviluppi radicali migliori, le piante hanno una maggiore resistenza e iniziano a crescere subito dopo il trapianto.

lunedì 22 settembre 2014

Sfagno e corteccia

Ormai "l'oggetto sociale" di questo blog si è chiaramente allargato, e da "coltivazione asimbiotica di orchidee in vitro" si è progressivamente trasformato, almeno in parte, in "fioritura di orchidee nate da coltivazione asimbiotica in vitro". In quest'ottica ho riportato i risultati delle sperimentazioni alla ricerca delle migliori pratiche per la crescita rapida e quindi per la fioritura dagli ibridi di orchidee nate da seme. In più di un'occasione mi sono quindi occupato dei substrati di coltivazione per le piante di phalaenopsis una volta tolte dalla gelatina sterile e finalmente, dopo una serie di sperimentazioni, alcune anche piuttosto bizzarrre con materiali e tecniche, posso dire di aver trovato quello definitivo.
Non è ovviamente farina del mio sacco. Da qualche parte in internet ho trovato un pdf riguardo la coltivazione industriale di phalaenopsis da fiore dove venivano messi a confronto vari materiali. Quello con cui apparentemente si ottengono i migliori risultati è un miscuglio di corteccia di pino e sfagno in proporzione di 8 a 2.
La corteccia si trova facilmente nei negozi di articoli per giardinaggio. Ce n'è sia per pacciamatura che per la coltivazione di orchidee. Sarebbe da preferire il primo tipo che è composto da pezzi più grandi e puliti rispetto a quello che spacciano per substrato da orchidee, che è composto da pezzi più piccoli e frantumati a formare una segatura polverosa che rischia di causare compattamenti e pericolosi ristagni idrici. Il problema è che la corteccia da pacciamatura è normalmente venduta in sacchi eccessivamente grandi. Quello "specifico" per orchidee può comunque essere utilizzato cercando di selezionare i pezzi più grossi e integri che andranno a costituire l'ossatura del substrato. Verrà poi aggiunta una manciata di pezzi più piccoli e infine lo sfagno. Una proporzione approssimativa potrebbe essere: 
  • 50% corteccia in pezzi grossi
  • 30% in pezzi più piccoli
  • 20% di sfagno.
Lo sfagno è già più difficile da trovare, i centri giardinaggio, anche quelli più forniti, difficilmente lo hanno. Io l'ho trovato on-line acquistato, secco e compresso, in grossi pacchi da 10 litri di volume. E' di origine cilena, a fibra lunga di alta qualità, e finora l'avevo usato principalmente per il rinvaso di neofinetia e sedirea. E' da aggiungere alla corteccia spezzettandolo in modo che si mischi bene. Io uso quello che avanza dal rinvaso delle giapponesi per le quali uso solo i filamenti più lunghi.
I risultati di questo sistema sono stati sorprendenti.
A circa un mese dal rinvaso questo è il risultato di una phalaenopsis 1.

 
Tutte le radici che si vedono nell'immagine si sono sviluppate in questo lasso di tempo. Si parla di allungamenti anche del 100% con notevole volume e tonicità. Visto i primi risultati entusiasmanti ho progressivamente provveduto a rinvasare con il medesimo substrato quasi tutte le phalaenopsis.

Nell'immagine sopra si vede chiaramente la crescita della radice, dalla strozzatura in alto a sinistra all'apice verde più in basso a destra, il tutto in meno di un mese.
Per alcune phalaenopsis la crescita delle radici è stata tale che nell'arco di trenta giorni ho dovuto effettuare più di un rinvaso per la stessa pianta poiché le radici non stavano più nel contenitore. Come mostra l'immagine sottostante.

 
Un'altra caratteristica di questo substrato è che le radici crescono quasi tutte verso il basso e quindi dentro il vaso, non fuori e a casaccio come spesso accade per le epifite come le phalaenopsis. Credo che il principio sia semplice. La corteccia da sola è un buon substrato ma tende a non mantenere un costante livello di umidità. Il quantitativo d'acqua che può assorbire la corteccia è limitato, e grazie a questo si evitano ristagni e conseguenti marciumi, ma proprio per questo tende ad asciugare rapidamente, motivo per cui le radici se ne "vanno in giro" in cerca di umidità.
Lo sfagno è invece fortemente igroscopico e sopperisce a questo limite della corteccia mantenendo il substrato a un livello di umidità più costante nel tempo. Il pericolo di marciume è limitato sia perché lo sfagno è solo al 20%, sia perché mantiene l'ambiente a un certo livello di acidità limitando lo sviluppo di muffe.
In questo modo anche la feritilizzazione può essere un po' più spinta poiché con il substrato che rimane bagnato più a lungo non si alzano i valori di salinità e la pianta ha la possibilità di assorbire in maniera più costante gli elementi nutritivi.
I risultati sono visibili e apprezzabili.

 
 La foglia di destra è quella nata e sviluppatasi nell'ultimo mese, da quando cioé ho effettuato il rinvaso con il nuovo substrato. Appare più grande di un 15-20%.

In questa la differenza è ancora più apprezzabile. La foglia è ovviamente quella di sinistra e già ne sta spuntando una nuova.
Vedremo quando, e se, tutta questa crescita si tradurrà finalmente in uno stelo floreale.

sabato 13 settembre 2014

Acqua e zucchero


Ammetto che sta diventando un'ossessione. Se sto giro non fioriscono organizzo il primo campionato di lancio della phalaenopsis. Le sto provando tutte: lampade artificiali e timer, fertilizzazioni spinte e dissociate, sbalzi di temperatura.
Questa volta il nuovo esperimento si è basato su alcune considerazioni. Mi perdonino eventuali tecnici all'ascolto per la grossolanità sia delle premesse che delle conclusioni. Sono solo uno "smanettone".
  • La fotosintesi clorofilliana produce e fornisce alla pianta carboidrati semplici, nella fattispecie glucosio.
  • La fioritura in certe piante si ha quando all'interno dei tessuti si raggiungono determinati valori di carboidrati (glucosio) prodotti dalla fotosintesi clorofilliana (vedi l'agave che viene colta proprio prima della fioritura, quando i tessuti sono saturi di zuccheri che vengono quindi fatti fermentare per distillarne poi la tequila). Anche le phalaenopsis, quando emettono lo stelo floreale spesso trasudano goccioline di una sostanza vischiosa e zuccherina dalle foglie.
  • Il normale zucchero alimentare è una combinazione di glucosio e fruttosio, carboidrati semplici e immediatamente pronti all'uso.
  • Nella coltivazione asimbiotica delle orchidee in gel nutritivo, non essendo i semi ancora in grado di sintetizzare carboidrati mediante fotosintesi, viene aggiunta una certa percentuale di zucchero che può essere direttamente assimilata dai protocormi.

Tutto ciò premesso, pensando di dare una "spintarella" alla fioritura di quelle piante che hanno raggiunto le dimensioni maggiori e che potrebbe essere ormai mature, oltre ai cicli di fertilizzazione e di luce artificiale, ho pensato di dare un po' di "doping zuccherino".
Ho quindi realizzato una soluzione di acqua osmotizzata e normale zucchero da cucina (20g per litro), che è circa la percentuale che si usa per il substrato nutritivo in vitro, e ho messo in ammollo le piante per circa una mezza giornata.
L'idea è quella di fornire alla pianta carboidrati in aggiunta a quelli che lei produce naturalmente con la fotosintesi in modo che l'abbondanza di zuccheri non venga utilizzata solo per lo sviluppo vegetativo, ma sia in parte immagazzinata aumentando quel processo di accumulo e saturazione che porta all'emissione di uno stelo floreale.
Per evitare eccessivi accumuli di zucchero nel substrato che potrebbero causare muffe e sviluppi fungini ho quindi lavato il tutto con abbondante acqua tornando ai normali cicli di fertilizzazione dopo un paio di giorni.
Le due piante trattate sembrano al momento in gran forma. Seguiranno post su eventuali sviluppi e aggiornamenti.

sabato 14 giugno 2014

Neofinetie appese

Ho dato una risistemata alle Neofinetie Falcate che iniziano ad essere un certo numero. Ho quindi appeso verticalmente la rete che le reggeva orizzontalmente e con dei gancetti inox presi dal ferramenta le ho appese ad essa. In queto modo si riescono a godere, e controllare, decisamente meglio e dovrebbero avere anche una migliore circolazione d'aria attorno a loro.
Sembrano gradire la condizione e l'anziana del gruppo ha dato una bella, abbondante e profumatissima fioritura. Anche le altre stanno emettendo steli floreali sebbene, essendo state messe all'aperto prima, hanno un po' rallentato.


martedì 18 marzo 2014

Ripicchiettatura Bletilla Striata

La bletilla striata è sempre molto generosa. La semina della capsula frutto dell'incrocio tra una varietà standard e una varietà alba presa a Orchibò l'anno scorso ha avuto una percentuale di germinazione molto alta. Siccome non avevo nessuna voglia di passare un pomeriggio chino sulla cappa sterile per ripicchiettare su nuovo gel nutritico le centinaia di piccole bletille che sono spuntate, ho cercato un metodo alternativo. La crescita è stata piuttosto rapida e omogenea così, dopo un inverno passato in casa sotto la luce artificiale, nel vasetto c'erano ormai delle vere e proprie piccole piantine, molte delle quali con più di una bozza di apparato radicale.

Il vasetto con le bletille appena aperto
Ho così deciso che avrei provato a metterle direttamente in terra, anche memore del buon successo ottenuto con la precedente semina che aveva dimostrato una buona resistenza delle plantule al contatto con il terreno.

Le piantine appena rimosse dal gel nutritivo
Una volta rimosse dal substrato di agar le piantine sono state separate dai folti mazzetti in cui si erano affastellate e disposte più o meno ordinatamente sulla della carta assorbente inumidita. L'operazione è stata comunque noiosa, ma ho potuto effettuarla comodamente seduto a un tavolo e non in piedi e piegato in due sul box sterile.
Le plantule di bletilla striata separate dal substrato
Ho quindi ripreso il metodo giapponese del cartone in voga ormai da un po' di anni tra i coltivatori di orchidee. La spiegazione la trovate qui:

http://nao-k.jp/utyouran/danbo-ru_1.htm

Viene normalmente utilizzata per la semina. Ma se funziona per la germinazione, a maggior ragione dovrebbe funzionare per la ripicchiettatura, quando già le piantine hanno sviluppato radichette.
Ho dunque preso un contenitore in plastica (credo fosse una confezione di savoiardi artigianali) e ho praticato dei fori sul fondo per garantire il drenaggio. Ho poi foderato le pareti con del cartone doppio strato e ondulina nel mezzo. Lo stesso cartone è stato utilizzato per creare degli scomparti come vedete nell'immagine qui sotto.

Paratie di cartone formano degli scomparti
Sul fondo ho posto uno strato di argilla espansa, sempre per agevolare il drenaggio e dare stabilità alle paratie di cartone.
Ho quindi realizzato un terriccio unendo metà terriccio per agrumi con metà akadama che vedete nell'immagine qui sotto.

Terra akadama
Si tratta di costosissimo terreno per bonsai. In Giappone te lo tirano dietro, ma qua da noi viene importato e ha prezzi proibitivi, considerando che si tratta di banalissima terra. Non così banale in realtà perché è ottima per la coltivazione in quanto è ricca di sostanze minerali, mantiene il terreno acido impedendo la proliferazione di muffe e marcizioni, apporta il giusto grado di umidità e, grazie al mantenimento della granulometria, mantiene una buona areazione. In Giappone, oltre che per i bonsai, viene anche molto utilizzata per le orchidee terricole. In questo caso ho riciclato dell'akadama proveniente da un rinvaso di cymbidium goeringii. Il metodo del cartone prevede infatti di frullare un po' di radici di shun-ran, cymbidium goeringii appunto, e di aggiungere l'estrato al terreno di semina. Questo viene fatto per far sì che i funghi simbionti del cymbidium colonizzino il substrato, instaurando una micorriza con i semi che vi si pongono sopra e favorendo la germinazione. Lungi da me mettermi a frullare le radici della mia povera orchidea di primavera, ho semplicemente riutilizzato il terreno che vi è stato a contatto e che dovrebbe contenere i medesimi funghi.

Frammenti di cartone
Al tutto è stata aggiunta una bella manciata di chips di cartone che decomponendosi col tempo nel terreno dovrebbe rilasciare cellulosa e ulteriore sostanza nutritiva facilmente assimilabile dalle piante.
Ed ecco il risultato:

Il substrato di trapianto pronto
Qua sotto invece c'è la vaschetta dopo il trapianto di tutte, o almeno di una buona parte delle bletille striate. A distanza di circa una settimana dall'operazione devo dire che tutto sembra procedere proprio benino. Nessuna piantina è finora deceduta e hanno anzi preso un bel turgore e colore verde brillante.

Le bletille dopo li trapianto

sabato 8 marzo 2014


La necessità si sa, aguzza l'ingegno e così eccoci con una nuova trovata per il substrato di trapianto delle orchidee.
Ieri ho sfiascato un vasetto di phalaenopsis 4, un ibrido piuttosto vigoroso che era cresciuto molto nel suo substrato phytamax. Dopo aver ripulito per bene foglie e radici dal gel nutritivo e aver fatto un bagno in una blanda soluzione di fertlizzante (diluito circa a un terzo di quanto raccomandato), mi sono accorto di non avere substrato adatto al trapianto. Per essere precisi non avevo substrato adatto ai vasi a disposizione o vasi adatti al tipo di substrato disponibile. Avevo una buona quantità di argilla espansa per un progetto che sto seguendo e che anche se un po' fuori tema magari riporterò qui in futuro, ma era di grana piuttosto fine e, per esperienze passate, so che la mancanza di circolazione d'aria tende a favorire marcizioni soprattutto se si usa per una semi-idroponica come normalmente faccio con l'argilla espansa. Di contro la corteccia che avevo era anche di pezzatura piuttosto fine e comunque non sufficiente per riempire i vasetti in cui pensavo di matterle, anche perché le piantine nel gel avevano sviluppato radici piuttosto lunghe.
Così, pensa che ti ripensa mi è venuto in mente di combinare un po' di tecniche e qualche novità. Sono partito dal principio dell'epi-web, che in realtà non ho più a disposizione, e l'ho sostituito con una spugnetta abrasiva nuova che avevo sotto il lavello. La struttura e il materiale sembrano assomigliare abbastanza all'epi-web anche se con una grana più fine. Ho quindi tagliato delle listerelle di spugnetta e le ho messe in piedi nel vasetto e sopra gli ho sistemato la piantina di phalaenopsis con le lunghe radici in mezzo. Ho poi messo i piccoli ritagli di spugnetta abrasiva negli interstizi per dare un po' di stabilità il tutto e ho riempito i rimanenti spazi con l'argilla espansa che essendo abbastnaza piccola si è sistemata bene.
Il tutto ha un bell'aspetto. La piantina pare stabile, e il substrato con i giusti spazi sembrerebbe ben areato lasciando passare bene le innaffiature.


Un'altra piantina, la più piccola e con l'apparato radicale meno sviluppato è stato sistemato in un vasetto con un nuovo substrato acquistato da  http://www.roellke-orchideen.de a un'esposizione-mercato di orchidee cui partecipava. E' un misto di corteccia fine, perlite, pezzettini di gommapiuma.

martedì 14 gennaio 2014

In generale non mi piace fare pubblicità, soprattutto se nemmeno mi pagano per farne. Magari dopo questo post potrebbero inviarmi una fornitura gratuita dei loro prodotti (sempre se non scoprissero il numero risibile di visitatori). Ma in questo caso volevo condividere i buoni risultati ottenuti con un prodotto che utilizzo da un annetto sia per le orchidee sfiascate sia per le semine.
Si tratta di un fertilizzante liquido. Questo:


E' un banalissimo fertilizzante per gerani di una comune marca che si può vedere facilmente nell'immagine. Niente di speciale dunque, se non il fatto che abbia le caratteristiche che cercavo in un fertilizzante per la semina delle orchidee.


Composizione sufficientemente bilanciata di NPK (8-6-6). La componente di azoto non presenta quello ureico. Non sono un tecnico, quindi baso il mio modus operandi su considerazioni logiche fatte sulla base delle informazioni che trovo in giro. Mi perdonino quindi gli esperti se dico delle castronerie colossali. Mi pare dunque di aver capito che l'azoto nitrico e quello ammoniacale possono essere assorbiti e utilizzati dalle piante così come sono mentre quello ureico deve essere scomposto in forme più semplici tramite l'operato di microrganismi. Viene utilizzato nei fertilizzanti in quando permette di fornire una riserva di azoto che può essere utilizzata dalle piante nel tempo man mano che l'azione di scomposizione dei batteri prosegue, mentre le forme ammoniacali e soprattutto nitriche, vengono dilavate velocemente dal terreno. Essenedo i vasetti di semina un ambiente chiuso questo dilavamento non avviene e i due elementi rimangono nel "terreno". Essendo sterili (si spera), non vi sono batteri che possano scomporre l'azoto ureico che diventa inutile se non dannoso contribuendo comunque a innalzare la salinità del substrato.
Vi sono poi ferro, rame, molibdeno e tutti gli altri microelementi.
Nei vasetti viene messo seguendo la vecchia ricetta, con leggere variazioni a seconda che sia per semina o trapianto dei protocormi. La riposto qui per comodità:

Fertilizzante NPK 5-6 grammi
20 g di zucchero
1 g di carbone attivo macinato
1 litro di acqua demineralizzata
8 g di Agar Agar

Il risultato finora è stato piuttosto buono.


Questa è un vasetto dell'ultima semina di Neofinetia Falcata. Anche le Bletille stanno andando bene, con un'ottima percentuale di germinazione e una certa uniformità di crescita.

giovedì 31 gennaio 2013

Sfiascamenti alternativi

E qui vogliamo proporre invece uno sfiascamento alternativo utilizzando un piccolo orcio in terracotta.
In realtà non è farina del nostro sacco ma viene da alcune letture su libri e in rete. In questo caso è stato utilizzato per due piccole Neofinetie Falcate, ma può in realtà essere applicato per qualsiasi epifita.
Il sistema consiste nel posizionare la plantula sfiascata sulla superficie esterna di un contenitore in terracotta. All'interno del  contenitore viene poi costantemente mantenuta una certa quantità d'acqua. La terracotta, per capillarità, attraverso i micro-pori che caratterizzano la struttura del materiale di cui è fatta, lascia filtrare l'umidità per tutta la struttura fornendo alla piantina l'apporto idrico di cui ha bisogno.
In questo modo si vengono a ricreare delle condizioni molto simili a quelle che si riscontrano sulla superficie degli alberi su cui le orchidee epifite vivono, con la corteccia mantenuta umida sia per le condizioni ambientali: pioggia, umidità, ecc, sia a causa dello scorrere della linfa attraverso il tronco dell'albero.
A riprova di ciò vi è la formazione di alghe verdi prima e di muschio poi proprio come avviene sui tronchi degli alberi. Nell'immagine sopra si possono notare i puntini di un verde più chiaro che indicano dove il muschio si sta formando.
Il sistema sembrerebbe molto efficace. Ad alcuni mesi dallo sfiascamento le piantine di Neofinetia appaiono in gran forma. Non sono cresciute molto, è vero, ma la lenta crescita è abbastanza tipica della specie, tanto più che è un tipo di orchidea che, per quanto epifita, è soggetta a cicli stagionali.
Al momento il tutto è tenuto a temperatura di 16-18 gradi e luce artificiale per circa 10 ore al giorno.
Il vaso è stato inserito all'interno di una ciotola in quanto il liquido che il cotto lascia filtrare è tale da accumularsi sul fondo.
L'acqua che vi viene immessa e mantenuta a circa 1/3 della capienza. Viene usata acqua distillata o acqua piovana per evitare la formazione di incrostazioni calcaree. Di tanto in tanto il vaso e le piantine vengono spruzzati con una soluzione estremamente blanda, 1/3 o 1/4 della concentrazione prevista, di fertilizzante generico che dovrebbe favorire anche lo sviluppo di alghe e muschio. Con il progressivo sviluppo del muschio e delle alghe, il sistema dovrebbe diventare autosufficiente. Il muschio nuovo andrà a nutrirsi degli strati di muschio più vecchio che muore e si decompone. A questo strato nutritivo dovrebbe quindi attingere anche l'orchidea che vi cresce sopra trovando condizioni ideali di sviluppo.

mercoledì 4 luglio 2012

Coltivazione orchidee e cartone

E come al solito, dopo un certo periodo di sperimentazione, ecco che giunge il momento di parlare di qualche nuovo ritrovato per la germinazione e la coltivazione delle orchidee. Ne avevo accennato anche tempo addietro a proposito dello sfiascamento delle bletille striate, e adesso iniziamo a descriverne un po' in dettaglio la tecnica.
E' stata sviluppata in Giappone negli anni '80, e nata un po' per caso, è ormai una consolidata pratica non solo di riproduzione, ma anche di coltivazione per molte orchidee selvatiche, epifite, ma soprattutto terricole.
Protagonista è il cartone, semplice cartone da scatole e da imballaggio, non colorato, spesso, possibilmente di quello a più strati e ondulato. Gli utilizzi sono molteplici. Ci si foderano i vasi, lo si sminuzza aggiungendolo al medium di coltura, lo si usa puro o assieme a medium neutri come perlite o sabbia. Con certe specie di orchidee terricole è un fenomenale medium di germinazione che permette di liberarsi di barattoli, pentole a pressione, cappe sterili, ecc. Qui c'è una descrizione molto accurata del metodo:

http://nao-k.jp/utyouran/danbo-ru_1.htm

Prometto di pubblicarne una traduzione appena ho un momento di tempo assieme a quelle di un fenomenale manuale di coltivazione e alcune riviste che mi sono giunte di recente dal Giappone in cui alla tecnica è dedicato più di un capitolo.

Non ho ancora provato con la germinazione, ma ho seguito alcune indicazioni per lo sfiascamento di bletille.
Ho foderato con cartone da imballo un vaso di plastica, mescolando al terreno di coltura (1/4 letame maturo, 1/4 sabbia, 1/4 corteccia fine, 1/4 torba di sfagno) più di una manciata di cartone sminuzzato. Il substrato è stato tenuto umido ma non fradicio, è ben drenante, e in qualche giorno la superficie si è ricoperta di un velo come di muffa leggera. Devo ammettere che ho temuto di perdere l'intera fiasca, ma in realtà le piccole bletille non hanno mostrato segni di sofferenza anzi sembrano cavarsela niente male.
E poi, con il caldo degli ultimi giorni, sono spuntati degli ospiti. Alcuni piccoli funghetti grigi, venuti su appunto come funghi e seccatisi fin quasi a scomparire altrettanto rapidamente. Nell'immagine si notano in mezzo alle plantule di bletilla.


I meccanismi per cui il cartone ha effetti positivi sulla germinazione e sulla fisiologia di alcune orchidee non sono ancora stati investigati scientificamente, ma alcune ipotesi verosimili si possono fare. Il cartone è essenzialmente costituito da cellulosa, e ormai nella maggior parte dei materiali i collanti sono costituiti da amidi vegetali. E' quindi un materiale che crea un ambiente simile a quello di un sottobosco, in cui possono proliferare muffe, batteri e funghi che normalmente si sviluppano nel tappeto di foglie cadute, nutrendosi della cellulosa di cui queste sono costituite. Anzi, essendo il cartone fatto di pura cellulosa, il proliferare di questi microrganismi è probabilmente ancora più rapido in quanto mancano tannini e altri materiali che possono rallentare il processo. Da un lato quindi il rapido proliferare di batteri e funghi saprofiti scompone la cellulosa di cui è fatto il cartone in materiale organico, liberando glucosio, che può essere assorbito come nutrimento dalle nostre orchidee. Dall'altro, permette lo svilupparsi di particolari funghi simbionti per alcune orchidee terrestri. Pare che funzioni molto bene con la bletilla striata e con la ponerorchis.
La sperimentazione continua.

domenica 27 maggio 2012

Variabilità genetica

Che dire, l'immagine parla da se'.
Le tre phalaenopsis sopra sono state seminate tutte più o meno nelle stesso periodo, in un arco temporale di non più di 3 mesi.
I substrati di coltivazione sono stati più o meno gli stessi (per lo più phytamax e Murashige e Skoog), con minime variazioni su concentrazione e consistenza così come pure ripicchiettaggi e medium post-sfiascamento.
La formidabile variabilità genetica degli incroci (di cui ahimè non ho tenuto traccia), anche in rapporto alle condizioni di coltivazione cui ciascun ibrido meglio si adatta, deve aver fatto il resto. La phalaenopsis a destra è quella più vigorosa tra tutte quelle della prima serie di esperimenti, non ha fatto altro che emettere foglie nuove, sempre più grandi, a getto continuo e radici senza alcuna soluzione di continuità tra stagioni, e senza perderne praticamente nessuna delle vecchie.
Le altre due rappresentano una buona media di quelli che sono gli stati di crescita delle varie piantine sfiascate.

sabato 28 aprile 2012

Riflessioni varie

Il tempo scarseggia, e in realtà anche le novità, ed è un po' che gli aggiornamenti latitano.
Le neofinetie ripicchiettate procedono, così come le bletille sfiascate. Ci sono dei nuovi arrivi ma non rientreranno nei temi trattati in questo luogo fino a quando non fioriranno e saranno pronti a nuovi esperimenti di impollinazione.
Ci sono alcuni fallimenti dei quali mi rattrista parlare, soprattutto quello dell'"epidendrum internazionale", il sarchochilus japonicus e un cymbidium ibrido che ho preso qualche tempo fa al supermercato.
C'è qualche accenno di successo di cui ho ancora timore a parlare come i piccoli protocormi di cymbidium goeringi che dopo 6 mesi sembrano fare capolino e alcune phalaenopsis delle prime semine che mostrano una sorprendente vitalità.
In questo momento di stasi mi viene da mettere insieme in questo post alcune riflessioni fatte sulla base della poca e del tutto empirica esperienza fatta in questi primi anni di attività.

Contenitori
Innanzi tutto qualche prima conclusione sui contenitori. Vasetti in vetro di maionese, di tonno sott'olio, olive denocciolate, pesto, ecc. vanno tutti bene. Contenitori piccoli, per quanto comodi da maneggiare e da sterilizzare in pentola a pressione non danno buoni risultati. Così come, nonostante li abbia utilizzati molto e in molte occasioni soprattutto all'inizio, non sono mai riuscito ad avere germinazioni nei famosi vasetti Bormioli 4 Stagioni, quelli da marmellate casalinghe per intenderci.
L'ipotesi da verificare è quella che i contenitori molto piccoli e i Bormioli non garantiscano un sufficiente scambio gassoso. Per quanto anche gli altri vasetti siano a tenuta ermetica, la sensazione è che essi comunque garantiscano un minimo di scambio gassoso con l'esterno, quel minimo che permette la sopravvivenza e lo sviluppo della pianta.
L'idea mi è venuta l'altro giorno parlando con la commessa di un fornitissimo negozio di prodotti per la casa. La commessa, preparatissima, mi spiegava come il successo dei vasetti 4 stagioni Bormioli sia garantito dal brevetto su un tipo di tappo a vite per i propri barattoli, con una guarnizione in gomma fatta in modo tale che chiudendolo e stringendolo, esso si deforma e si adatta al profilo dell'orlo del vaso in vetro, garantendo una tenuta perfetta. A parità di substrato, di semi, di protocollo di sterilizzazione e inoculamento, le semine in vasetto Bormioli non davano buoni risultati. L'unica cosa che mi viene in mente per giustificare tale risultato è che ciò sia dovuto alla grande tenuta dei vasetti Bormioli in confronto a quelli standard e quindi un problema con gli scambi gassosi. Lo stesso forse avviene con i vasetti troppo piccoli che non hanno un sufficiente volume di gas all'interno.
Non me ne vorrà il signor Bormioli, dato che i suoi vasetti non sono certo stati ideati per la germinazione asimbiotica delle orchidee, e che la loro inadeguatezza a quest'uopo sia forse proprio dovuta alla loro grande tenuta ermetica.
In realtà questa riflessione potrebbe essere confutata dal fatto che molti "coltivatori" utilizzino in realtà con successo i vasetti Bormioli.

Buoni risultati li ho ottenuti anche con vasetti in plastica, come barattoli di colluttorio usato, ecc. Il loro riempimento e sterilizzazione è però un po' macchinoso. Probabilmente, con un forno a microonde come ho visto fatto in rete, le cose sarebbero più facili. Magari quando ne prenderò uno.

Segnalo poi un blog gemello molto carino. E' di un coltivatore giapponese, anche il testo in realtà è in giapponese, tutto dedicato alla germinazione e coltivazione asimbiotica delle orchidee.

/http://fromseed.blogzine.jp/

Il titolo del blog è letteralmente "Progetto germinazione senza fungo"!

giovedì 27 ottobre 2011

Aggiornamento sulla sterilizzazione gassosa

Un rapido aggiornamento sulla tecnica di semina con sterilizzazione gassosa.
A dieci giorni dalle semine ecco qua una bella fioritura di muffe. Bisogna ammettere che hanno sempre il loro fascino...
Di una decina di vasetti seminati fin'ora tre hanno sviluppato muffe e contaminazioni varie. Non moltissime in realtà, ma più di quante non si verificano con la cappa sterile, per la quale ho ormai un protocollo assai ben collaudato. Direi che può andar bene con semi dozzinali, ma per semina con materiale più raro è forse meglio andare sul sicuro con la vecchia tecnica.
Per le altre fiasche non contaminate poco movimento. Solo una di bletilla di quella che avevo sul balcone sta dando qualche segnale di vita. Le altre, la phalaenopsis 4 e il cymbidium goeringii tacciono, ma le ragioni potrebbero essere molteplici: semi non, o non più, fertili, o dormienti, substrati non adatti, ecc.
Non resta che attendere.

lunedì 17 ottobre 2011

Sterilizzazione Gassosa

Ne avevo letto un po' di tempo fa. E giacché mi trovavo un po' di semi avanzati ho deciso di provare.
E' un tipo di sterilizzazione dei semi di orchidea che non prevede la cappa sterile. La sterilizzazione viene effettuata per mezzo dei vapori di candeggina direttamente all'interno del vasetto con il substrato.
Il metodo è spiegato in dettaglio qui.
In realtà, se si hanno parecchi vasetti da seminare non è che si risparmi poi così tanto tempo come può sembrare. E' ottimo se si vogliono fare 2 o 3 vasetti rispetto a tutto l'ambaradan della cappa, altrimenti più o meno come tempi si equivalgono. Il vantaggio è il non dover star chini sullo scatolone di plastica e tutto il casino che si combina con la candeggina.
Usando questo sistema ho piantato i semi rimanenti della mia Bletilla, e della Phalaenopsis 4 su un substrato casalingo a base di fertilizzante da geranei, zucchero e fruttosio in parti uguali, carbone da acquario polverizzato, agar e latte di cocco. A proposito di ques'ultimo, in un negozio di prodotti organici ho trovato un cartoncino di acqua di cocco che, stando all'etichetta, è purissima e presa da cocchi verdi.
Le dosi sono state le seguenti:

1 litro d'acqua
4,5 grammi di fertilizzante (un npk 7-4-7)
10 grammi di zucchero
10 grammi di fruttosio
8 grammi di agar
100 ml di acqua di cocco

Con lo stesso sistema ho poi piantato un po' degli abbondantissimi semi di Cymbidium Goeringii su un paio di vasetti di Phytamax. Me ne avanza ancora una provetta piena, e se qualcuo vuole cimentarsi sono ben contento di cederli o di fare uno scambio. Altrimenti li libero in campagna in zone qui dove ci sono parecchie orchidee selvatiche. Chissà che qualche micorriza non vada bene anche per il Cymbidium Goeringii

Comunque, adesso bisognerà vedere se
a) la sterilizzazione funziona e non mi ritrovo invece con una super collezione di muffe
b) se la sterilizzazione non funziona troppo e mi ritrovo con germi e muffe ma anche semi stecchiti.
c) se il substrato è valido per i tipi di semi che ho piantato.

Come sempre non mancherò di postare aggiornamenti.

giovedì 29 settembre 2011

Frutta Tropicale


Non è una foto provocatoria. Sono solo gli ingredienti di alcuni nuovi substrati per la germinazione asimbiotica delle orchidee che sto provando.
Al centro il più classico dei substrati, il Phytamax da germinazione, ai lati, non hanno certo bisogno di presentazioni, cocchi e banane.
Se ne parla un po' ovunque, sui testi riguardo la germinazione dei semi di orchidea, gli additivi. Ci mettono dentro un po' di tutto: succo di pomodoro, succo d'ananas, rape, patate. Un vero e proprio minestrone. L'idea di fondo è che all'interno di frutta e tuberi vi siano particolari ormoni e sostanze che, così come aiutano a far germogliare il proprio germe, possano stimolare anche lo sviluppo e la crescita dei semi di orchidea.
Gli additivi più comunemente usati sono appunto latte o acqua di cocco e banana.
Ed eccoci qua. Due cocchi e due banane.
In realtà non c'è molta chiarezza su cosa si intenda effetivamente per latte di cocco, se il liquido all'interno dei cocchi ancora verdi, l'acqua all'interno del cocco che si trova normalmente al supermercato, o se il misto di polpa grattugiata e spremuta che si usa nella cucina del sud-est asiatico. I cocchi da supermercato in realtà sono ancora in grado di germinare come mi successe anni addietro, quindi se l'acqua all'interno di quelli marroni e secchi che si trovano in commercio contengono sostanze di stimolo alla germinazione, date le giuste condizioni ambientali, queste dovrebbero in teoria andare bene anche per le orchidee. Almeno secondo un ragionamento logico che potrebbe però non avere alcun riferimento alla realtà.
Stesso discorso per le banane.
Il substrato preparato è stato dunque il seguente:

-Dose di Phytamax per un litro dimezzata e usata per un litro di acqua demineralizzata.
-Aggiunta di zucchero e agar per riportarli ai valori iniziali. In questo caso 10g di zucchero e 3,5g di agar.

Il substrato così preparato è stato diviso in due e addizionato, una metà con 50ml di acqua di cocco, l'altra metà con 50g di banana frullata.

Messo nei vasetti il substrato è stato poi sterilizzato come sempre per circa 15/20 minuti in pentola a pressione.
Unico dubbio resta sul PH del substrato addizionato di banana che, data la vischiosità del liquido ottenuto, non sono riuscito a misurare con la cartina tornasole. Il timore è che sia virato al basico. Quello ideale per la germinazione è compreso tra 5 e 5.5.
Nei due substrati sono stati seminati semi di phalaenopsis e di bletilla. Altri semi sono stati impiantati su substrato non diluito e non addizionato, così da avere un riferimento. Il tutto posto in cassetta con illuminazione artificiale e fotoperiodo di circa 15 ore.

sabato 21 maggio 2011

Sfiascamento in semi-idroponica

Dopo un doveroso periodo di sperimentazione, credo di poter incominciare a trarre qualche conclusione su di un metodo di coltivazione che si va progressivamente affermando tra gli appassionati orchidofili. In questo post non si parlerà però della coltivazione ordinaria, per la quale si trova ormai parecchio materiale informativo ed esperienze anche in rete, ma per quello che invece concerne l'applicazione alla riproduzione in vitro delle orchidee, in particolare in quel delicato momento rappresentato dal trasferimento dall'ambiente protetto e asettico della fiasca all'ambiente esterno, con il trapianto dal gel nutritivo a un nuovo substrato di coltivazione.
Nonostante avessi letto da qualche in parte in rete che il sistema semi-idroponico non era consigliato per i trapianti da fiasca ad abiente esterno, i risultati ottenuti sono stati talmente positivi da convincermi a trasferire progressivamente tutte le plantule in vasi che adottano questo metodo.

Il sistema è presto detto. Il metodo di cultura semi-idroponico utilizza un medium interte, nel mio caso ho utilizzato argilla espansa e/o lapillo vulcanico. Materiali che, a differenza dello sfagno, sono di facilissima reperibilità e bassissimo costo. La pianta viene messa in un vaso riempito con questo medium che deve rimanere immerso per alcuni centimetri in acqua. In rete ho visto alcuni sistemi che utilizzano vecchie bottiglie pet, tagliate, su cui vengono praticati dei fori a uno/due centimetri dal fondo del contenitore così da creare sul fondo una sorta di serbatoio di acqua che quando è in eccesso esce da queste aperture praticate.
Io in realtà utilizzo un sistema più semplice e secondo me più pratico e funzionale (vedremo poi perché), cioè semplici vasi di plastica posti su un sotto vaso abbastanza fondo così da fare da riserva d'acqua per il medium e quindi la pianta.

La foto sotto mostra una piantina di pochi millimetri di apertura fogliare. Proviene da una fiasca problematica, di piante abbastanza deboli per un esaurimento di un substrato casalingo. Il sistema radicale non era molto ben sviluppato e molte piante nella fiasca, più volte ripicchiettata, stavano morendo. Così ho deciso di trapiantare e di fare una prova con il semi-idroponico.

A distanza di meno di un mese da quando è stata ripicchiettata su lapillo vulcanico sta iniziando ora a crescere una nuova fogliolina, la si vede al centro. Per vedere un risultato analogo su sfagno ci sarebbero voluti mesi.

Questa immagina mostra invece una ripicchiettatura ancora più recente di piante sane. La nuova radice ha iniziato a svilupparsi con ancor maggiore rapidità e vigore.

In ques'altra si nota come la radice sviluppatasi nel substrato di agar, una volta messa in idroponica abbia continuato a crescere senza interruzioni. La parte di maggior diametro e ricoperta di villi chiari è quella cresciuta nel gel, la parte più affusolata e verde chiaro è la parte cresciuta nel substrato. Normalmente nelle plantule di phalaenopsis poste in sfagno o corteccia, le radici cresciute in gel arrestano la crescita fino a quando nuove radici, adatte al nuovo substrato, crescono, il che accade dopo parecchio.

La crescita della pianta in semi-idroponica è molto rapida come si può notare in questa pianta di phalaenopsis sfiascata alcuni mesi fa. Le ultime due foglie sono quelle che ha emesso in rapida successione da quando è stata sfiascata in un mix di argilla espansa e lapillo vulcanico.

In conclusione, un rapido confronto dei vantaggi riscontrati nello sfiascamento delle piantule di phalaenopsis in semi-idroponica rispetto allo sfagno.

1. Riduzione dello stress da cambio di substrato. La pianta continua a crescere, anzi spesso accellera la crescita dal momento in cui viene posta in semi-idroponica.

2. I molti villi radicali che si sviluppano nell'ambiente ad alta umidità della fiasca normalmente avvizziscono in sfagno o corteccia, mentre in semi-idroponica paiono mantenere la propria funzionalità.

3. Bassissima, quasi irrilevante, mortalità delle plantule che invece negli altri substrati rappresenta una percentuale considerevole. In particolare con lo sfagno è molto difficile mantenere il giusto grado di umidità e spesso si rischiano estremi opposti con rischi di marciume quando troppo bagnato o di avvizzimento quando troppo asciutto. In particolare, con lo sfagno è difficile mantenere un livello di umidità costante.

4. Rapida e costante crescita fogliare.

Per concludere direi che un metodo di sfiascamento/coltivazione non è migliore degli altri in senso assoluto, ma relativamente alle specifiche condizioni ambientali (umidità e temperatura soprattutto) da zona di coltivazione a zona di coltivazione e dalle specifiche idiosincrasie del coltivatore, che può o meno avere la possibilità di tenere alla giuste condizioni, per un particolare tipo di substrato, le piante.

La fertilizzazione avviene a quasi ogni annaffiatura con un normale concime con microelementi e a basso tenore di azoto ureico per cercare di contenere accumuli salini nel substrato, cosa che stando a tutti i testi di coltivazione va evitato. Il fertilizzante viene diluito a meno della metà della concentrazione consigliata, in 2/3 di acqua distillata e 1/3 di acqua di rubinetto.
Ogni paio di settimane i vasi vengono abbondantemente risciacquati in acqua corrente. E qui entra in gioco il vaso. Utilizzando normali vasi in plastica aperti sotto, il risciacquo credo avvenga in maniera più completa rispetto ai vasi chiusi con fori a metà vaso che mantengono un serbatoio fisso.

lunedì 4 ottobre 2010

Fallimento

Bisogna ammettere il fallimento quando ci si trova di fronte a alla realtà delle cose.
La speranza, si sa, è sempre l'ultima a morire, è vero, però poi a un certo punto anche la speranza soccombe.
E così oggi, preso il coraggio a due mani, mi sono disfatto di tutte le semine in attesa di germinazione. E in attesa lo erano da tanto. Le più vecchie da circa un anno e quattro mesi. Le più recenti da poco più di un anno. Anche considerando il possibile stato letargico in cui fossero entrati i semi, come tempi siamo ben fuori da quelli che sono considerati i tempi massimi per la germinazione.
In realtà più che di stato letargico dei semi credo si possa tranquillamente parlare di morte certa.
Non c'è stata alcuna germinazione nonostante i numerosi media e i metodi di semina utilizzati: Phytamax, Murashige and Skoog, OSP germination medium, OSP replate medium, substrato casalingo, a piena concentrazione, a concentrazione dimezzata, sterilizzazione in ipoclorito, sterilizzazione in acqua ossigenata, vasetti grandi, vasetti piccoli, a tenuta ermetica, con aerazione sterile.
Non è spuntato niente di niente. Se si escludono aluni puntini bianchi in vasetti di Phalaenopsis Cornu Cervi che però ormai, bloccati da mesi, ho il dubbio non fossero nemmeno protocormi. Perfino le muffe sono state pochissime. Ormai il protocollo di sterilizzazione con pentola a pressione pare collaudato.
Certo la cosa strana è che nessuna delle partite di semi abbia dato buon esito, ne' la cornu cervi, ne' le varie bletilla striata, ne' i dendrobium e le cattleya. Nonostante il fatto che provenissero quasi tutte da fonti diverse. La cosa che tutti i semi recuperati hanno in comune è che per nessuno di essi conoscevo ne' l'epoca di raccolta ne' il metodo di conservazione. Il che mi porta alla conclusione che è inutile perdere tempo e soldi con semi dei qualsi non si conosca la provenienza. E poi, per quel poco di esperienza maturata con le semine precedenti andate a buon fine, il metodo che da' migliori risultati è quello che parte da capsula chiusa.

Comunque i vasetti con i media non andranno buttati. Sono già stati riutilizzati per ripicchiettare un po' delle phalaenopsis delle semine precedenti. Un'altra cosa che ho capito è infatti che è meglio aspettare il più possibile a sfiascare le orchidee, e più sono grandi e forti in vitro, maggiori saranno le possibilità di sopravvivenza e più rapida la crescita fuori da esso. Ecco quindi che un po' degli ultimi vasetti di phalaenopsis rimasti sono andati divisi tra i vari medium delle semine fallite. Così, se proprio i semi hanno ancora qualcosa da dire, hanno ancora un po' di tempo per farlo mentre intanto il substrato da' da crescere ad altre piantine.

Non ci resterà che attendere le prossime fioriture, altra cosa in cui sembro avere delle difficoltà, per avere un po' di capsule da portare avanti.

domenica 18 luglio 2010

epiweb


Ormai il periodo di prova cui sottopongo le nuove soluzioni prima di poterne parlare obbiettivamente è passato e quindi eccoci qua con un nuovo post.
L'idea mi è venuta da un blog che è una vera e propria bibbia sulla coltivazione delle orchidee (a volte inquieta persino un po' per la maniacalità...):

www.orchidkarma.com

Si tratta di questa fibra artificiale in materiale plastico che dovrebbe costituire un ottimo supporto per la coltivazione delle orchidee epifite come le phalaenopsis.
Viene prodotto in Svezia da questa azienda:

www.epiweb.se

L'azienda non vende direttamente e quindi mi sono affidato al loro rivenditore inglese. Gli anglosassoni di solito mi danno idea di affidabilità sulla vendita on-line. L'ordine invece è stato evaso dopo due mesi di attesa e due mail, una di sollecito e una di minacce. E quando mi sono visto sti tre manicotti di un materiale simile a quello di certe pagliette per lavare i piatti devo dire che ho avuto forte la sensazione di essermi preso una fregatura, dato che per quanto non carissimi, non è che costassero proprio un'inezia.
Comunque, visto anche il piccolo investimento, ho deciso di dar loro una possibilità e ho fatto un primo trapianto-impianto di alcune piantine di phalaenopsis nn, ossia di fiasche di cui avevo perso la tracciatura, di varie dimensioni.


Non ho fatto altro che incastrare tra le fibre del materiale alcune delle radici delle piccole phalaenopsis cercando di far aderire le altre alla superficie del substrato.
L'annaffiatura è stata fatta con uno spruzzino con acqua demineralizzata e fertilizzante bilanciato per orchidee e metà dose. In questo periodo di caldo sahariano le spruzzature sono abbastanza frequenti, anche tre al giorno. Il manicotto è appoggiato su di un piattino dove resta un mezzo dito di acqua nella speranza che trasmetta un po' di umidità.
Ogni due o tre giorni vengono immerse con tutto il manicotto in acqua abbondante per lavar via eventuali depositi salini.
A distanza di circa tre settimane dal trapianto devo dire che i risultati sono stati piuttosto incoraggianti. Di piantine collassate ce ne sono state solo un paio, e tra le più piccole che normalmente faticano comunque in qualsiasi condizione. Rispetto alla coltivazione in sfagno seguita finora, la crescita di foglie nuove è veloce e costante. Normalmente le piantine tenute su sfagno, pur non deperendo, hanno una crescita estremamente lenta e stentata. Mettono una foglia nuova ogni morte di papa e non mostrano una crescita radicale particolarmente vivace. Soprattutto quelle appena sfiascate tendono a bloccarsi per un bel po' prima di dare nuovi segnali di crescita.


Le piantine poste su epiweb invece hanno mostrato da subito una crescita piuttosto costante delle foglie. Quelle già presenti hanno continuato ad allungarsi, e se ne vanno formando via via di nuove. Anche le radici, soprattutto in una piantina le cui vecchie parevano piuttosto mal messe, hanno preso a crescere e in alcuni punti ne appaiono di nuove.
Direi che sembra procedere bene e, alla luce di altri nuovi esperimenti di cui parlerò prossimamente, penso che abbandonerò definitivamente lo sfagno che, forse anche per mancanze mie, non pare dare buoni risultati ed è difficile da mantenere alla giusta umidità.
L'idea dietro l'epiweb, stando anche a quanto dicono sul sito, è quella di fornire un substrato assolutamente neutro, che non produca sostenze nocive con la progressiva decomposizione e che non faccia ristagnare eventuali essudati metabolici delle piante e salinità del fertilizzante. Al contempo viene garantita l'umidità e l'aereazione delle radici che per le orchidee epifite è molto importante.
Guardando con attenzione il tipo di materiale, credo in realtà che esso possa essere sostituito con fibre plastiche molto simili che si trovano già in commercio per i più svariati usi, dalle sopraccitate spugnette, ad alcuni zerbini che ho già addocchiato in alcuni centri commerciali. Le sperimentazioni continuano.

mercoledì 2 giugno 2010

Fiasca Vs Trapianto

Non ci sono grandi novità ultimamente. Nessun trapianto di rilievo, nessuna muffa nuova. I semi delle semine autunnali non danno segni di vita, le fiasche di cornu cervi che parevano essere sul punto di germinare sono estenuantemente ferme. Solo le piante vere, bletilla, neofinetie e sedirea crescono bene. Chissà se non arrivi anche la fioritura per qualcuna.
Vorrei dare il via ad alcuni trapianti ma un po' di osservazioni in questo momento di stasi mi spingono ad aspettare. Le considerazioni sono relative al fatto che le plantule sfiascate hanno una crescita terribilmente lenta e rachitica come si può notare in questa foto qua sotto.

Mi sembra inoltre di aver notato che le piante appena sfiascate hanno come uno shock per cui arrestano per un po' la crescita. In particolare sembrerebbe che le radici sviluppate nel substrato a base di agar non siano adatte ai substrati di coltivazione successiva, siano essi sfagno, corteccia o mix dei due materiali. I decessi post travaso sono in verità pochi, nella maggior parte dei casi non utilizzo nemmeno il previcur, ma anche quelle piante che sembrano passarsela bene, mantenendo turgore e lucentezza delle foglie, hanno un deciso arresto nella crescita una volta tirate fuori dalle fiasche. Le radici in particolare fermano l'accrescimento, lo si capisce perché perdono la punta chiara che hanno di solito quando sono in piena crescita e diventano di un colore uniforme grigio argento. Alcune finiscono anche per seccarsi o marcire pur senza necessariamente intaccare la pianta. Quelle più delicate sono di solito ricoperte di peluria, simili a nettatubi, che si sviluppano normalmente fuori dall'agar e che probabilmente sono deputate all'assorbimento dell'umidità dell'aria. Evidentemente, per quanto mi sforzi per mantenere agar umido e U.R. oltre il 70%, l'ambiente del dopo trapianto è comunque troppo diverso da quello in cui le piccole phalaenopsis sono cresciute fino a quel momento.
Il deperimento delle radici dura per un mesetto circa e poi la pianta, che non di rado rimane un solo fascetto di foglie, emette nuove radici, che rapidamente affondano nel substrato e allora le vecchie foglie ricominciano a crescere e anzi ne spuntano di nuove.
Le più delicate, e lente nella ripresa, sono ovviamente quelle più piccole. Ecco perché penso che aspetterò che le piante all'interno dei barattoli siano più grandi possibili prima di trapiantare. La tentazione di trapiantare fiasche come quella della prima foto sopra sono forti, anche perché il vetro del vasetto incomincia ad andare stretto, ma dato che le piante continuano a crescere e a emettere nuove foglie, penso che aspetterò un'altro po'. La pianta dovrebbe così avere un maggior quantitativo di scorte energetiche per superare al meglio e il più velocemente possibile lo stress del trapianto. In più la grande traspirazione che hanno le foglie più grandi, questi vasetti fanno sempre una notevole condensa interna, dovrebbe aiutare a mantenere un buon microclima quando le piccole phalaenopsis venissero trapiantate insieme.

mercoledì 28 aprile 2010

Substrato Casalingo


Adesso che l'esperimento può dirsi riuscito, posso farne un post.
La ripicchiettatura è avvenuta giusto un mese fa. Erano delle phalaenopsis di varie semine, per lo più piantine un po' rachitiche, molte su substrato Murashige&Skoog che, pur garantendo un discreto tasso di germinazione (almeno con le phalaenopsis), alla lunga non fa sviluppare molto la piantina, forse per la mancanza di carbone attivo che fa accumulare essudati tossici per la piantina, forse per una certa salinità del composto.
Già che non erano un granché come piantine, mi sono quindi preso il rischio di utilizzarle per fare qualche esperimento con un substrato casalingo. Perse per perse, ho pensato.
Insomma mi sono basato su una ricetta che si trova in giro su vari siti web a tema:

Fertilizzante NPK 20-20-20 1,5 g
20 g di zucchero
1 g di carbone attivo macinato
1 litro di acqua demineralizzata
8 g di Agar Agar

Come fertilizzante ne ho utilizzato uno bilanciato con microelementi per orchidee NPK 5-5-5. Essendo il 5-5-5 diluito di 1/4 rispetto al 20-20-20 ne ho messo 4 volte tanto, quindi circa 6 grammi, qualcosa in meno.
Per quanto riguarda lo zucchero ho usato quello normale da cucina.
Il carbone è quello da acquario polverizzato con un macinacaffé elettrico.
L'agar è quello da negozio di prodotti biologici.
Tutto è stato pesato con una bilancia elettronica da cucina, quindi in modo abbastanza approssimato. Di agar ne ho messo un po' meno per tenere il "budino" un po' più morbido così che le radici possano sprofondarci dentro più facilmente.
Il tutto è stato sciolto in un litro di acqua distillata, messo nei soliti vasetti e sterilizzato in pentola a pressione. Solito trapianto in cappa sterile.
I primi giorni non sono stati dei migliori, in più di una fiasca le foglie delle piantine sono risultate come bruciate, ma non so se per colpa della candeggina o del substrato. Sono più propenso a credere che sia stata la candeggina, anche se non era mai capitato finora.
Penso ciò perché dal trapianto, dopo un un paio di settimane di assestamento, le piantine hanno preso a svilupparsi, le radici si sono allungate, affondando nella gelatina, e stanno mettendo nuove foglie. Il verde è bello intenso e brillante. Le foglie vecchie crescono e, avendo lasciato parecchio spazio tra una e l'altra, spero lo facciano parecchio e in fretta.
Il semplice e spartano composto nutritivo fatto in casa, almeno come medium da trapianti, sembra funzionare.

venerdì 9 aprile 2010

Incubatrice

Ecco dove sono finite le phalaenopsis "sfiascate" nelle puntate scorse. Essendo "parti prematuri" hanno avuto bisogno di un'incubatrice dove potranno, si spera, svilupparsi. In realtà ho capito che più crescono in fiasca meglio è, e infatti, per quanto terribilmente noioso, la settimana scorsa ho fatto un bel po' di trapianti su substrati freschi, alcuni anche fatti in casa. Non appena avrò un po' di dati su questi ultimi esperimenti non mancherò di riportarli.
L'incubatrice dicevamo. Tutto quello di cui dovrebbero aver bisogno le piccole phalaenopsis è luce e umidità elevata. Così ho riciclato uno degli scatoloni in plexiglass in cui avevo messo i barattoli con le semine. E' dotato di due lampade a risparmio energetico anche se ultimamente, grazie all'allungamento delle giornate e all'intensificarsi del sole, o anche solo alla sua presenza dopo quella specie di inverno nucleare che abbiamo avuto quest'anno, di lampade ne sto utilizzando solo una ed esclusivamente la mattina dato che la stanza è esposta a ovest e nel pomeriggio ha un'ottima illuminazione.
Nella scatola ho quindi praticato un foro circolare nel quale ho inserito il tubo flessibile di una vecchia aspirapolvere. L'altra estremità del tubo è infilata in un umidificatore a ultrasuoni che avevo preso quest'inverno per migliorare la qualità dell'aria di casa un po' troppo secca a causa del riscaldamento. L'umidificatore ha una bizzarra forma di tartaruga gialla a cui si illuminano gli occhi quando è in funzione.
Le piantine sono un po' nei bicchieri di plastica con lo sfagno, un po' in vasetti da semina con misto sfano bark, un po in cestelli appesi. Grazie all'igrometro riesco a monitorare l'umidità relativa all'interno della piccola serra. Se scende sotto il 70% attivo l'umidificatore che crea all'interno una simpatica nebbia fresca da foresta pluviale come si può vedere nell'immagine sotto.

Una volta alla settimana circa spruzzo il tutto con del fertilizzante bilanciato per orchidee 5-5-5 a concentrazione dimezzata in acqua distillata con un po' di acqua di rubinetto per garantire il calcio di cui il fertilizzante è sprovvisto.
Siccome l'umidità è appunto molto alta, per evitare formazione di condensa e ristagni all'interno ho posto anche una ventola da computer che smuove l'aria per benino e asciuga la condensa mantenendo l'umidita in circolo. Bisogna dire che nonostante il Made in China, o forse proprio perché costruito per resistere alle umide estati asiatiche, il ventilatore è piuttosto solido. Nonostante sia già un paio di mesi che va in ambiente ad altissima umidità sembra reggere bene.