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mercoledì 10 febbraio 2016

Una nuova gita in Giappone

In realtà la gita è di poco meno di un anno fa, ma tra una cosa e l'altra trovo solo ora il tempo di pubblicare il post ad essa relativo.
La gita questa volta è stata fatta in aprile-maggio, in tempo per molte fioriture, prime tra tutte quelle di bletilla striata (shiran in lingua locale), che in giappone è comune come da noi i narcisi. Le si trovano un po' dappertutto: nelle aiuole, negli spazi verdi dei templi, nei vasi di fronte alle abitazioni, ai lati dei vialetti nei parchi.

Molte sono ovviamente piantate, ma avendo notato alcuni baccelli in formazione, e ben conoscendo la facilità di germinazione delle bletille, credo che molte siano nate spontaneamente.
Il colore predominante è il classico lilla, ma ce ne sono anche di rosa e qualche rara bianca.

Da una terza gita in Giappone ad agosto ho anche riportato un paio di capsule mature "rubate" da un'aiuola nello spartitraffico di una zona residenziale. I semi sono stati piantati e questo nuovo capitolo sta avendo un grande successo. Tempo permettendo sarà oggetto di un post nei prossimi giorni.
Una cosa interessante del Giappone sono i giardinetti privati, soprattutto delle zone residenziali delle periferie fatte di casette di due o massimo tre piani costruite tutte attaccate. Ai lati dell'ingresso i proprietari di casa allineano in bella mostra vasi, vasetti, fioriere, spesso senza nessuna protezione tanto, a quanto mi dicono, i furti o gli atti vandalici sono pressoché inesistenti. Sono delle verie e proprie esibizioni, si vede che c'è orgoglio nella coltivazione, e credo che sotto sotto ci siano anche delle sottaciute competizioni e invidie di vicinato.


A guardare con un po' di attenzione ci si trova di tutto. Molte le ortensie, apprezzate in tutta l'Asia, di ogni genere e tipo. Qualche pianta grassa, bulbose varie, peonie, agrumi, qualche conifera potata a mo' di bonsai e qualche bonsai vero e proprio. Si vedono anche diversi alberelli di ulivo, che sta diventando molto richiesti come piante da giardino.
Non mancano naturalmente le orchidee, le selvatiche e le autoctone in particolare, per le quali i giapponesi sembrano avere una vera passione.

Ci sono i Cymbidium Goeringi (Shun-ran in giapponese), altri tipi di Cymbidium di piccole dimensioni, Neofinetia Falcata (Fuki-ran) Sedirea Japonica (Nago-ran), e tutto il repertorio che si trova anche nelle pagine di questo blog. I più perspicaci avranno capito che "ran" in giapponese significa orchidea.
Un capitolo a parte meritano invece i Dendrobium Moniliforme (Sekkoku), varietà giapponese autoctona di denrobium.

Anche di queste ne ho trovato molte di fronte alle case e nei giardinetti, ma la cosa più sorprendente sono state le montature su alberi, proprio come avviene in natura essendo queste piante delle epifite tipiche della foresta pluviale temperata di ampie zone dell'arcipelago nipponico.

Le montature che si possono vedere nelle immagini non sono spontanee, d'altronde ci troviamo nella periferia di Osaka, la seconda megalopoli del paese. I piccoli dendrobium sono stati messi lì da qualcuno, legati accuratamente al tronco dopo avervi posizionato dello sfagno e probabilmente vengono annaffiati con una certa regolarità.

La foto sopra è stata scattata nel giardino dove una pasticceria tradizionale ha il suo plateatico.

Fortunatamente nessuno ha chiamato la polizia per controllare uno straniero sospetto che curiosava intorno ad abitazioni e negozi scattando foto.

sabato 14 febbraio 2015

Una gita in Giappone

Come promesso ecco il resoconto dal punto di vista orchidofilo, di una recente gita in Giappone.
La coltivazione delle orchidee a scopo ornamentale ha origini molto antiche in Giappone. Il suo clima unisce alcune caratteristiche tipiche del sud est asiatico come le piogge abbondanti e gli alti valori di umidità, a una netta divisione delle stagioni, simili alle nostre. Questo ha permesso lo sviluppo di una grande varietà di orchidee autoctone, non solo terrestri ma, pur non avendo il Giappone un clima propriamente tropicale (se non nell'arcipelago di Okinawa), anche di vere e proprie epifite, molte delle quali, a differenza delle loro cugine originarie dei climi caldi, possono resistere a inverni relativamente freddi. Neofinetia falcata, dendrobium moniliforme, sedirea japonica, sarcochilus japonicus, sono alcune versioni nipponiche di varietà di orchidee molto imparentate con quelle che si trovano dai nostri fiorai come phalaenopsis, dendrobium o vanda. Esse hanno le piccole dimensioni tipiche degli organismi che si sviluppano in ecosistemi chiusi e relativamente piccoli come le isole, ma offrono proporzioni graziose e fioriture eleganti.
Nelle antiche stampe giapponesi si ritrovano illustrazioni di queste orchidee coltivate in vaso fin dal 1500-1600.
Non mancano poi anche numerose speci autoctone di orchidee terrestri molto decorative. Ad esempio la bletilla striata, fiore comunissimo in Giappone anche in parchi e aiuole, il pleione, l'habenaria radiata, calathe discolor, cypripedium japonicum.
Non stupisce quindi che nei centri giardinaggio, oltre agli immancabili bonsai e accessori relativi, si trovino spesso in vendita anche queste orchidee e i vasi, i terreni, i fertilizzanti specifici.
Gli esploratori e i naturalisti del 1700 e 1800 si avventuravano in territori inesplorati (dagli occidentali) alla ricerca di nuove speci da studiare e campionare, io invece per ora mi sono accontentato di avventurarmi in un garden center della periferia di Osaka alla ricerca di qualche esemplare originale.

Questo è stato il primo acquisto. Non un esemplare raro di orchidea ma il mitico fertilizzante Hyponex. Dico mitico perché lo si trova citato in moltissimi testi e post relativi alla preparazione di substrati casalinghi per la germinazione dei semi di orchidee e in Italia a quanto pare non è commercializzato. Hyponex è la marca di fertilizzanti che va per la maggiore in Giappone, ce ne sono ovviamente di ogni genere e tipo, in polvere, liquidi, per questa o quella pianta. Io alla fine ho presa una confezione specifica per orchidee con NPK 6-6-6, vitamine e, stando a quanto riportato sull'etichetta (se non leggete il giapponese vi dovete fidare), di un composto a base di zuccheri di derivazione naturale che mi fa andare la mente a un mio esperimento di qualche tempo fa, oltre al fatto che nel gel di germinazione normalmente si mette una certa quantità di saccarosio.

Queste invece sono le orchidee vere e proprie. Data la stagione, la maggior parte delle varietà in vendita erano bulbose pronte ad essere messe a dimora.
Qui abbiamo due tipi di pleione, uno giallo e uno rosa, una bletilla striata rosa pallido, e un'habenaria radiata che in giapponese è chiamata 鷺草 (sagiso), ossia erba-airone, per la peculiare forma dei fiori che ricordano le ali e il becco di un bianco airone.
Rimanendo al tema di questo blog, in fondo anche l'acquisto è in un certo senso un metodo di propagazione asimbiotica. Permette di aumentare il numero di esemplari e di estenderne il loro areale anche a svariate migliaia di chilometri di distanza dalla pianta madre. Per le orchidee, una strategia evolutiva decisamente vincente...

All'interno delle confezioni i bulbi, uno o due a seconda della varietà, sono contenuti in un vasetto di plastica avvolti nello sfagno umido.
Per la messa a dimora ho seguito le indicazioni di un libro molto dettagliato sulla coltivazione delle orchidee autoctone giapponesi che già in passato mi aveva fornito alcuni informazioni e spunti interessanti. Come base del substrato per quasi tutte le terricole giapponesi si trova spesso il terreno akadama, letteralmente "palline rosse", una specie di tufo color terra di siena in forma di piccole palline di varie dimensioni. E' spesso utilizzato anche nella coltivazione dei bonsai perché ha la caratteristica di assorbire l'acqua e rilasciarla progressivamente senza che il liquido resti a contatto con le radici, cosa che potrebbe causare marcizioni. In più, essendo di origine vulcanica, contiene un gran quantitativo di minerali utili allo sviluppo della pianta. Insomma un terreno ideale, da mischiare, a seconda delle varietà, con perlite, lapillo vulcanico, torba di sfagno, sabbia, etc.
Il problema è che in Italia l'akadama ha prezzi completamente assurdi. Per un sacchetto da 10 chili si può arrivare a pagare 20-30 euro. E qui sorge spontanea una riflessione. Perché nel garden center giapponese dove ho fatto acquisti, ovviamente c'era anche l'akadama. E il prezzo per un sacchetto da 10 o forse anche 20 chili era di poco più di 300 yen, che al cambio attuale fanno poco più di 2 euro. Insomma, l'akadama in Giappone è del comunissimo e banalissimo terreno per le piante che costa anche meno del compost da geranei nostrano.
Anche considerando i costi di trasporto dal lontano Sol Levante e lo smercio che, per quanto anche da noi ci siano gli appassionati di bonsai, resta sicuramente ridotto, appare difficile giustifcare un ricarico del 1000% o più se non con la volontà di certe ditte specializzate in prodotti per bonsai di approfittarsi della dabbenaggine degli italiani. Insomma, alla fine, un paio di chili di akadama a 10 euro sono stato costretto a comprarli ma giuro che la prossima volta, a costo di pagare l'extra previsto per il superamento dei limiti di peso del bagaglio da stiva, me ne ritorno con un sacchetto di akadama in valigia. O provo a utilizzare il tufo delle crete senesi.

mercoledì 18 giugno 2014

Prossimi arrivi dal Giappone

I prossimi arrivi dal Giappone che giungeranno a breve.
Sopra una sempre apprezzata Sedirea Japonica (Nago-ran).

 Poi una fino ad ora sconosciuta Osa-ran (apprendo essere genere Eria).

Una Yukoku-ran che andrà a far compagnia all'altra che ho da qualche anno ma che a parte numerose foglie e pseudobulbi non mi ha mai degnato di una fioritura.

E poi questa varietà di Neofinetia Falcata (Fuki-ran) che a quanto mi dicono sta avendo molto successo tra i collezionisti. Non mi hanno ancora saputo dire il nome di questa varietà ma non mancherò di dedicarle qualche approfondimento.

Inutile dire che la parola ran in Giapponese significa orchidea. In ideogrammi si scrive . I tre segnetti più in alto sono quelli che si usano per gli ideogrammi che hanno a che fare con fiori e mondo vegetale in generale. Quello centrale 門 significa porta, e quello dentro 東 significa invece oriente.

giovedì 12 giugno 2014

Vasi per neofinetia


Tempo addietro, di passaggio in una via dove passo di rado e comunque senza troppa attenzione, ho notato una botteguccia che ha catturato la mia attenzione. Attraverso una porticina sono entrato nel laboratorio di una ceramista. Un laboratorio artigiano in piena regola, occupato per buona parte da un grande forno elettrico tutto foderato di mattoni refrattari, un tavolaccio con tornio e vari attrezzi rotanti e oggetti in ceramica sparsi un po' dappertutto tanto che all'interno non osavo muovermi per paura di fare danni. Lo stile dei lavori è abbastanza insolito. Vasi, piatti, bicchieri, oggetti di puro design sono per lo più bianchi, con appendici gibbose e appuntite che a tratti ricordano certi artisti giapponesi degli anni '60 come Okamoto Taro.
Perché no, mi sono detto. Era da un po' che meditavo di rivolgermi a qualche ceramista per realizzare dei vasi per le neofinetie falcate. La signora, con quell'atteggiamento smagato che la rende più artista che artigiana, è sembrata subito intrigata dalla finalità dei vasi che le chiedevo. Non conosceva la neofinetia falcata ma il concetto stesso di "orchidea selvatica giapponese" ha avuto sicura presa. Così le ho fatto qualche schizzo per la realizzazione di due vasi da fukiran. Ho dato indicazioni per la decorazione di uno e lasciato a lei la rifinitura dell'altro. Dopo circa un mese il risultato è stato quello che si vede sopra. Realizzato con due ceramiche con colori diversi che mescolate danno quella particolare ventatura molto wabi-sabi. L'interno è smaltato così che le radici non ci si attacchino. Qua e là sono sati praticati dei gruppetti di fori per la ventilazione. Per lo stesso motivo sotto vi è un grande foro di drenaggio sollevato da tre discreti piedini.
Le ho già messo dentro una neofinetia con tutto lo sfagno. Mi piace molto il risultato anche se la pianta ha ancora bisogno di crescere un po' per bilanciare le dimensioni del vaso e non esserne sovrastata.
Qello decorato dalla signora è invece qua sotto.


In foto rende meglio di quanto non faccia dal vivo poiché è forse un po' troppo vivace. Non ho ancora deciso cosa metterci dentro. Potrei anche utilizzarlo per una phalaenopsis perché credo abbia bisogno di qualcosa di abbastanza voluminoso e con fiori appariscenti per trovare un equilibrio. Nel complesso sono comunque molto soddisfatto di entrambi, tanto che sto pensando di fargliene realizzare qualcun altro.
E poi l'altro giorno, mentre passeggiavo per le vie del centro, sono passato davanti a quello che è considerato il più stiloso negozio di arredamento della città e ho notato qualcosa in vetrina:


Sono tre vasi dalle forme insolite della signora del laboratorio di ceramica. Magari un giorno diventa famosa e i miei vasi da neofinetia varranno migliaia di euro.

lunedì 9 giugno 2014

Un po' di scienza

Era tempo di dare una svolta alla coltivazione, soprattutto per quanto riguarda le phalaenopsis, le cui prime semine risalgono ormai al lontano 2009. 5 anni ormai, nei quali molte piantine sono morte, altre stentano, altre invece crescono con vigore, ma nessuna delle quali ha comunque dato alcuna fioritura.
Così ho ritenuto di prendere un approccio un po' più sistematico alla coltivazione, dotandomi quindi dei necessari strumenti.
Eccoli qui. Sono un conduttivimetro e un misuratore di PH. Non sono costati molto e dovrebbero permettere una più accurata misurazione delle condizioni di coltivazione, permettendo così di forzare un po' più la mano.

Conduttivimetro

Il conduttivimetro permette di misurare la concentrazione dei sali minerali disciolti in una soluzione. L'acqua pura è un pessimo conduttore elettrico. La capacità di condurre energia elettrica è data dalla presenza di ioni di vari elementi chimici, ossia di sali minerali, in essa disciolti (i fisici e i chimici probabilmente avrebbero qualcosa da ridire riguardo a questa spiegazione, ma insomma, a grandi linee è così). Il conduttivimetro misura quindi la conducibilità di una soluzione e valuta la quantità di sali in essa disciolti. Questo è importante per quanto riguarda la fertilizzazione poiché i fertilizzanti sono sostanzialmente sali solubili in acqua (tutti i sali saranno solubili in acqua? Boh). Ad ogni modo, tra i coltivatori di palaenopsis la fertilizzazione è una di quelle cose che scatena i peggiori psicodrammi: metà della dose consigliata ogni tanto... un quarto della dose consigliata spesso... l'eccessiva concentrazione brucia le radici... una scarsa fertilizzazione pregiudica la fioritura... bisogna lavare spesso il substrato per evitare accumuli salini... e chi più ne ha più ne metta.
Con un conduttivimetro magari riusciamo a dare un senso al tutto. L'utilizzo è molto semplice. Si accende, si immerge nella soluzione, e sul piccolo schermo a cristalli liquidi si legge il valore. Unità di misura della conduttività di una soluzione è il Siemens, per lo più espressa nel sottomultiplo microsiemens (µS). L'acqua distillata è praticamente a 0µS. Una buona acqua oligominerale di solito sta a 100/200µS. L'acqua di rubinetto della zona dove abito è proverbialmente "dura", ossia ricca di sali minerali, in particolare carbonato di calcio, il classico calcare che si deposita su rubinetteria e superfici dei sanitari. La misura legge 600µS, che è molto alta. E infatti normalmente si consiglia di utilizzare per l'annaffiatura acqua distillata o acqua piovana (che poi di fatto è acqua distillata). In questo modo, oltre a evitare accumuli di calcare si dovrebbe avere un maggior assorbimento di sostanze nutritive da parte delle radici delle piante. E qui entra in gioco un altro fenomeno fisico: l'osmosi. Per quelli che sono i miei ricordi di scienze alle superiori, l'osmosi è il processo per cui, date due soluzioni separate da una membrana permeabile, si avrà uno spostamento di sali da quella più concentrata a quella meno concentrata. O di liquido da quella meno concentrata a quella più concentrata. O almeno così mi pare di ricordare. Il che comunque sembra avere senso. Meno è concentrata l'acqua di partenza, più saranno gli elementi nutritivi utili allo sviluppo della pianta che vi si possono disciogliere e che potranno quindi essere assorbiti dalle radici, che funzionano da membrana permeabile di cui sopra.
Spulciando in giro per la rete, i valori ottimali per le phalaenopsis vanno da 800µS ai 1000-1500µS. Questa differenza di valori in realtà dipende molto dal tipo di substrato in cui si coltiva la pianta. E questo perché se il substrato tende ad asciugarsi rapidamente, i valori di concentrazione salina del substrato possono salire altrettanto rapidamente (se l'acqua evapora, i sali in essa contenuti si concentrano). I valori più alti di concentrazione salina nell'acqua di annaffiatura si dovrebbero quindi usare con piante che crescono in un substrato più ricco in sfagno, che si mantiene umido più a lungo.
Ho quindi proceduto a trapiantare le phalaenopsis più cresciute in vasi con un miscuglio di corteccia di pezzatura medio-grossa con un 20 per cento circa di sfagno sbriciolato. Per ora sto procedendo con un fertilizzante bilanciato con concentrazione tra gli 800 e i 1000 µS. Ogni due o tre fertilizzazioni così procedo a un risciacquo con sola acqua distillata.
Se i risultati saranno soddisfacenti, andando avanti nella stagione si potrà provvedere a variare le concentrazioni dei vari elementi, fosforo e potassio, per forzare la fioritura al momento opportuno.

Misuratore di PH

Altro fattore da misurare è il PH dell'acqua, ossia quanto l'acqua sia acida, basica o neutra. Ma questo in realtà si sapeva e già con le semine il PH era stato un valore tenuto sotto controllo. Il valore della gelatina di semina doveva essere tra i 5.5 e i 6.0, ossia leggermente acido rispetto al valore neutro del PH che è 7.0. Per le gelatine di coltura usavo le strisce tornasole. Adesso con questo misuratore, che funziona sostanzialmente come il conduttivimetro, ma leggendo il valore di PH, le misure si possono fare con maggiore rapidità e frequenza.
Per l'acqua di annaffiatura vale più o meno lo stesso valore di quello per il gel di semina. Quale ne sia il motivo non saprei. Certo l'acididità aiuta a prevenire l'accumulo di carbonato di calcio, che si scioglie in soluzioni acide, e una certa acidità dovrebbe anche prevenire lo sviluppo di muffe e batteri. Questo è un argomento che valuteremo meglio magari in futuro.

sabato 4 agosto 2012

Ecosistemi e meccanismi simbiotici


Ancora qualche riflessione a seguito di una rinfrescante gita sulle montagne dell'Alto Adige e dopo una passeggiata nei boschi di confiere che ne ricoprono i declivi.
E' un ambiente sempre affascinante, soprattutto dopo un periodo di piogge regolari alternate a lunghe schiarite che favoriscono il rigoglioso sviluppo della vegetazione.
Sono tante e così interrelate fra loro le diverse forme di vita, che paiono quasi singoli organi di un unico essere vivente.
Le foglie, i rami, i tronchi degli alberi caduti, vanno a formare uno spesso e soffice strato che, attaccato da batteri, muffe, funghi, si decompone rilasciando elementi nutritivi su cui si sviluppano le felci, i muschi, i licheni, gli arbusti che compongono il sottobosco e gli stessi alberi che compongono la foresta.


Dopo le abbondanti piogge i funghi spuntano appunto come funghi. Tra di essi anche qualche raro porcino. Leggendo qua e là scopro che molti funghi, così come i tartufi, instaurano un rapporto simbiontico con gli alberi della foresta di tipo micorrizico, proprio come accade per le orchidee.
Quello che comunemente chiamiamo fungo, è in realtà solo il frutto di un organismo che si sviluppa nel terreno come reticolo di sottilissimi filamenti: il micelio. Il micelio non è in grado di provvedere da solo al proprio sostentamento, non possedendo clorofilla e non potendo quindi effettuare fotosintesi. Per vivere si deve appoggiare a una pianta che invece grazie alle foglie verdi è in grado di sintetizzare i composti nutritivi che le servono. Il fungo colonizza le radici della pianta, assorbendo da essa una parte delle sostanza nutritive che gli servono per completare il proprio ciclo vitale. In cambio però il fungo fornisce alla pianta alcune sostanze minerali, ne migliora l'assorbimento idrico e la protegge dall'attacco di parassiti e agenti patogeni. Le piante micorrizate sono normalmente più forti e hanno un miglior sviluppo rispetto a quelle che vivono senza questo complesso rapporto.
Pare che anche alcune orchidee nate in natura mantengano anche dopo la fase di germinazione il rapporto con il fungo simbionte, risultando più sane e forti.
Questo blog non ha ovviamente alcun valore scientifico in quando nasce dal più puro hobbismo, ma alcune riflessioni sorgono spontanee. Ho letto da qualche parte che le orchidee sono una specie botanica evolutivamente recente. Può venire da pensare che il sistema simbiotico di germinazione delle orchidee derivi evolutivamente dal sistema vegetativo micorrizico che dalle radici si è poi esteso al seme.


Ad ogni modo, passeggiando per il bosco mi è venuto in mente un esperimento. Lungi da me l'idea di prelevare un esemplare selvatico, cosa che per altro è proibita per legge, ho però prelevato dal luogo dove cresceva un folto cespuglio di dactylorhize alcuni campioni di terriccio comprendenti una pigna mezza marcia, alcuni legnetti altrettanto disfatti e delle foglie ormai quasi completamente trasformate in humus.
Tornato nell'afosa pianura ho quindi mescolato i campioni di terreno del bosco con un mix di terriccio, cartone e foglie secche e sto provvedendo a mantenere il tutto abbastanza umido. L'idea di fondo è che i funghi simbionti della dactilorhyza presenti nel luogo dove così tanti semi di questa orchidea selvatica erano germinati, siano presenti nei campioni di terriccio di bosco prelevati e che, mischiati al materiale organico del vaso casalingo, possano riprodursi e colonizzare il substrato permettendo poi la germinazione di qualche altra orchidea terricola come bletilla, ecc.

domenica 17 giugno 2012

Cypripedium e compagne

Lo ammetto, un po' ho barato. L'altro giorno, parlando con un'amica guida naturalistica le ho chiesto dov'è che potessi trovare nella nostra zona il cypripedium calceolus, l'orchidea selvatica nostrana dalle forme più esotiche ma ahimè sempre più rara. E' da qualche anno che la cerco durante le mie escursioni ma finora non avevo mai avuto successo.
Non mi aspettavo mi rispondesse con tanta sicurezza e, carta e penna alla mano, in quattro e quattr'otto mi ha disegnato una cartina degna di una caccia al tesoro con uno dei siti più importanti dove questa specie è presente in abbondanza.
Così mi sono avventurato nel parco della Lessinia e percorrendo alcuni sentieri CAI ben segnati, attraverso boschi e prati montani sono arrivato, non senza una certa titubanza, a uno dei due siti che mi era stato indicato.
 

Devo ammettere che ho provato una certa emozione, anche perché il cypripedium calceolus, anche detto scarpetta o pantofola di Venere, vive in grandi e fitte colonie e il colpo d'occhio è davvero notevole. Su un'area di un paio di centinaia di metri quadri, la radura, attraversata dalla strada, è letteralmente ricoperta dalle foglie verde pallido da cui, come tante palline da tennis, spuntano i fiori con il grosso labello giallo e rigonfio. Se si lascia la strada per avvicinarsi a fare qualche foto, bisogna stare davvero molto attenti a non calpestarle.
Il cypripedium è una specie davvero singolare. Ha un sistema di impollinazione molto sofisticato. Il fiore è privo di nettare anche se emana un quasi impercettbile aroma. Una volta che un insetto cade nel labello, deve sudare sette camicie per uscirne attraverso uno stretto passaggio obbligato attraversando il quale raccoglie le sacche polliniche che depositerà nel pistillo di un altro fiore se mai andrà a finirvi nuovamente.
Anche la propagazione da seme è piuttosto complessa. Chi si cimenta con la germinazione asimbiotica sa che il seme da bacello completamente maturo si ricopre di un tegumento che gli impedisce di entrare in contatto con il substrato nutritivo a meno di non essere preventivamente trattato. Ha poi bisogno di un periodo al buio e di uno al freddo per proseguire con la crescita.
Anche in natura pare che sia piuttosto difficile che riesca a riprodursi da seme, per cui in realtà queste grandi colonie sono per lo più il frutto della propagazione da rizoma con cui questa specie si assicura una più facile propagazione. (Per maggiori informazioni: http://www.lidaforsgarden.com/Orchids/cypripedium_eng.htm)

Non pubblico ovviamente qui le indicazioni per raggiungere il sito, ma chi sia interessato può scrivermi privatamente. Tra l'altro, lungo il percorso c'è un'abbondanza notevole di orchidee spontanee di numerosissime altre specie: Dactylorhize maculate più numerose delle margherite di campo, Cephalanthera longifolia, Lystera Ovata da cercare con attenzione perché si confondono nel verde, qua e là qualche Platanthera Chlorantha, numerose Neottie Nidus-Avis che fanno sempre una certa impressione.


mercoledì 23 maggio 2012

ORCHIBO

Era già qualche anno che provavo ad andarci ma essendo maggio normalmente un mese un po' impegnativo non ero mai riuscito a trovare il tempo.
Quest'anno invece, con il fine settimana libero, e nonostante il terremoto, ho fatto una bella gita a Bologna per ORCHIBO, mostra mercato di orchidee organizzata dall'Associazione Emilia Romagna Amici Delle Orchidee: AERADO.
La mostra si tiene in una maestosa e decadente villa in stile palladiano circondata da un parco altrettanto maestoso e altrettanto decadente.
Gli espositori sono allineati lungo il pronao della facciata e delle ali dell'edificio.
Rispetto alle aspettative gli espositori sono pochini ma ci sono comunque cose interessanti. Ci sono anche alcuni espositori esteri il che da' anche quel tocco internazionale che non guasta.
Deludono un po' le molte varietà strettamente commerciali di phalaenopsis, cymbidium, vanda, dendrobium, ecc, che si trovano comunemente nei garden center.
C'è comunque una bella selezione di miniature particolari montate su corteccia e sughero, varie phalaenopsi botaniche, numerose terricole.
Poche le neofinetie e nessuna sedirea che cercavo per effettuare alcuni incroci con la mia in piena fioritura in questi giorni. Molti in verità gli incroci di neofinetia tipo neostilis con belle fioriture che mi hanno molto tentato.
Sempre affascinanti i cypripedium in fiore.
In una sala sul retro della villa era invece allestita l'esposizione non commerciale. Tutte le specie, messe su materiale di riciclo come vecchie bici, frigoriferi, ecc, erano davvero impressionanti per dimensioni e fioriture. Sempre belli anche i bonsai in mostra lì affianco.
Addentrandosi nel parco si arriva anche alla piccola serra dell'associazione, dove i simpatici addetti dispensavano consigli e rinvasavano gratuitamente le piante di chi le aveva portate.
Anche qua il solito stile "bolognese" un po' decadente ma amichevole.
In generale le piante in mostra, sia quelle in serra, mi sono sembrate un po' sofferenti. Molte le foglie pallidi, qualcuna chiazzata (non vorrei mai mettere in collezione una pianta con infezioni virali). Soprattutto molte le piante con incrostazioni calcaree e saline probabilmente dovute ai fertilizzanti. Altra cosa che colpisce sono i prezzi non proprio economici.
Comunque alla fine me ne sono andato con una bletilla striata varietà alba, un flacone di biostimolatore a base di aminoacidi e una fiasca con tre piantine di phalaenopsis incrocio di una "red ink" e una "fasciata". Altra delusione l'unico banchetto di fiasche di piantine su agar che pensavo invece fossero più numerosi.


sabato 28 aprile 2012

Riflessioni varie

Il tempo scarseggia, e in realtà anche le novità, ed è un po' che gli aggiornamenti latitano.
Le neofinetie ripicchiettate procedono, così come le bletille sfiascate. Ci sono dei nuovi arrivi ma non rientreranno nei temi trattati in questo luogo fino a quando non fioriranno e saranno pronti a nuovi esperimenti di impollinazione.
Ci sono alcuni fallimenti dei quali mi rattrista parlare, soprattutto quello dell'"epidendrum internazionale", il sarchochilus japonicus e un cymbidium ibrido che ho preso qualche tempo fa al supermercato.
C'è qualche accenno di successo di cui ho ancora timore a parlare come i piccoli protocormi di cymbidium goeringi che dopo 6 mesi sembrano fare capolino e alcune phalaenopsis delle prime semine che mostrano una sorprendente vitalità.
In questo momento di stasi mi viene da mettere insieme in questo post alcune riflessioni fatte sulla base della poca e del tutto empirica esperienza fatta in questi primi anni di attività.

Contenitori
Innanzi tutto qualche prima conclusione sui contenitori. Vasetti in vetro di maionese, di tonno sott'olio, olive denocciolate, pesto, ecc. vanno tutti bene. Contenitori piccoli, per quanto comodi da maneggiare e da sterilizzare in pentola a pressione non danno buoni risultati. Così come, nonostante li abbia utilizzati molto e in molte occasioni soprattutto all'inizio, non sono mai riuscito ad avere germinazioni nei famosi vasetti Bormioli 4 Stagioni, quelli da marmellate casalinghe per intenderci.
L'ipotesi da verificare è quella che i contenitori molto piccoli e i Bormioli non garantiscano un sufficiente scambio gassoso. Per quanto anche gli altri vasetti siano a tenuta ermetica, la sensazione è che essi comunque garantiscano un minimo di scambio gassoso con l'esterno, quel minimo che permette la sopravvivenza e lo sviluppo della pianta.
L'idea mi è venuta l'altro giorno parlando con la commessa di un fornitissimo negozio di prodotti per la casa. La commessa, preparatissima, mi spiegava come il successo dei vasetti 4 stagioni Bormioli sia garantito dal brevetto su un tipo di tappo a vite per i propri barattoli, con una guarnizione in gomma fatta in modo tale che chiudendolo e stringendolo, esso si deforma e si adatta al profilo dell'orlo del vaso in vetro, garantendo una tenuta perfetta. A parità di substrato, di semi, di protocollo di sterilizzazione e inoculamento, le semine in vasetto Bormioli non davano buoni risultati. L'unica cosa che mi viene in mente per giustificare tale risultato è che ciò sia dovuto alla grande tenuta dei vasetti Bormioli in confronto a quelli standard e quindi un problema con gli scambi gassosi. Lo stesso forse avviene con i vasetti troppo piccoli che non hanno un sufficiente volume di gas all'interno.
Non me ne vorrà il signor Bormioli, dato che i suoi vasetti non sono certo stati ideati per la germinazione asimbiotica delle orchidee, e che la loro inadeguatezza a quest'uopo sia forse proprio dovuta alla loro grande tenuta ermetica.
In realtà questa riflessione potrebbe essere confutata dal fatto che molti "coltivatori" utilizzino in realtà con successo i vasetti Bormioli.

Buoni risultati li ho ottenuti anche con vasetti in plastica, come barattoli di colluttorio usato, ecc. Il loro riempimento e sterilizzazione è però un po' macchinoso. Probabilmente, con un forno a microonde come ho visto fatto in rete, le cose sarebbero più facili. Magari quando ne prenderò uno.

Segnalo poi un blog gemello molto carino. E' di un coltivatore giapponese, anche il testo in realtà è in giapponese, tutto dedicato alla germinazione e coltivazione asimbiotica delle orchidee.

/http://fromseed.blogzine.jp/

Il titolo del blog è letteralmente "Progetto germinazione senza fungo"!

sabato 24 dicembre 2011

Orchidee spontanee del monte Baldo

Siamo nel pieno dell'inverno, con le giornate più buie e grigie dell'anno. Novità tra le fiasche ce ne sono, ma non ancora così evidenti da essere degne di racconto.
Ecco quindi mi pare ben augurante pubblicare alcune fotografie scattate lo scorso 21 maggio, in un fresco pomeriggio di svago sul monte Baldo.
Il monte Baldo è il più alto rilievo della provincia di Verona, un massiccio le cui punte più elevate arrivano ai 2200 metri e che corre parallelo alla costa est del lago di Garda. Di fatto, le pendici del versante occidentale del Baldo terminano nelle acque del più grande lago d'Italia.
Durante l'ultima glaciazione, quella che ha dato vita allo stesso lago di Garda, tutta la zona circostante il Baldo era ricoperta da uno strato di ghiaccio spesso circa 1000 metri. Le vette del monte erano tra i pochi territori a rimanere fuori dal ghiaccio, riuscendo, in primavera ed estate, a lasciare libero un po' di terreno dove riusciva a svilupparsi la vegetazione. Questo permise a molte specie vegetali di continuare a evolversi mentre nel resto dell'arco alpino e sub-alpino, la dura coltre di ghiaccio non permetteva lo sviluppo di alcuna forma vegetale. Sul Baldo quindi si trovano ancora oggi moltissime varietà le cui caratteristiche sono uniche tanto che il nome scientifico porta spesso la dicitura "baldensis".


Non fanno naturalmente eccezione le orchidee. Anzi, molte delle specie vegetali per cui il Baldo è conosciuto tra i botanici sono proprio orchidacee. In alcuni bassi prati sui pendii della montagna veronese, le orchidee sono più numerose delle margherite.
Non sono un grande tassonomista anzi, trovo la catalogazione piuttosto noiosa, per cui non tedierò nessuno con la denominazione delle varie specie fotografate.

Orchis morio, orchis militaris, orchis italica, serapis, ophris, nigritella, sul Baldo ci sono quasi tutte. Alcune di queste erano in fiore a maggio e sono state immortalate qui. Gli appassionati possono divertirsi a nominarle.

Sul Baldo è anche diffusa la famosa, e ahimé in pericolo a causa della raccolta indiscriminata e demente, Cypripedium Calceolus che, nonostante non portasse fiori, credo di aver individuato in alcune foglie ai margini di macchie di pini e abeti. Magari l'anno prossimo riuscirò ad immortalarne alcuni fiori.



domenica 14 agosto 2011

Orchidee Spontanee in Trentino Alto Adige

Mi hanno recentemente regalato un libro sulle orchidee spontanee del Trentino Alto Adige.

"Orchidee spontanee in Trentino Alto Adide. Riconoscimento e diffusione"
Autore Giorgio Perazza
Mandrini editori

E' un libro fatto molto bene, con contenuti molto approfonditi ma scritto con un linguaggio estremamente chiaro e di facile comprensione.
Presenta schede per ciascuna specie con fotografie, dettagli morfologici e modalità di riconoscimento. Un perfetto manuale per appassionati di orchidee spontanee.
Nella parte iniziale vi è un'ampia sezione dedicata alle orchidee in generale. Si parla ovviamente anche della germinazione, con un capitoletto tra i più esaurienti che abbia letto.
Ne riportiamo qui alcuni brani che possono aiutare a comprendere meglio quali complesse dinamiche si inneschino durante la germinazione in natura e come nella coltivazione in vitro si cerchi di riprodurre artificialmente alcuni effetti e conseguenze di queste dinamiche.

"I piccolissimi semi di orchidea sono pressoché privi di sostanze di riserva per nutrire l'embrione il quale, una volta caduto nel terreno, deve trovare in altro modo il necessario alimento fin dal primo momento. Ciò non si verifica facilmente e nella stragrande maggioranza i semi non potranno germinare; ma, fra i tanti, almeno qualcuno atterra in luogo adatto, dove viene invaso dal micelio di un fungo, per lo più del genere Rhizoctonia.
Molto spesso il fungo porta il suo attaco in modo virulento e finisce col fagocitare il seme, ma in qualche caso quest'ultimo riesce a reagire con la sostanza antimicotica di cui dispone e a controllare l'azione del fungo digerendone (sembra) le parti che si spingono più all'interno ed alimentandosi del carbonio organico che riesce ad estrarvi. Si forma in tal modo un'endomicorriza, simile alla micorriza che si stabilisce tra gli alberi e alcuni funghi superiori. E' una simbiosi non del tutto amichevole perché i due organismi cercheranno di sopraffarsi vicendevolmente; però se l'embrione in fase di crescita dovesse consumare completamente il fungo rimarrebbe senza alimento e sarebbe condannato a perire. Perché l'orchidea possa crescere è indispensabile che si stabilisca un giusto equilibrio fra le due parti in lotta senza che né l'una né l'altra prenda il sopravvento: il fungo tenterà sempre di infettare per intero il micorrizoma che si va formando, mentre questo lo contrasterà digerendo il micelio e lasciandolo vivere soltanto nella parte esterna.
Il micorrizoma aumenta di volume a poco alla volta finché diventa capace di emettere un germoglio che emerge dal suolo sviluppando la prima foglia verde. La presenza della clorofilla mette ora la giovane orchidea in grado di nutrirsi da sola per mezzo della fotosintesi, divenendo indipendente o quasi dall'apporto di zuccheri fornito dalla simbiosi con il fungo che può venire ridotto o eliminato."

sabato 13 agosto 2011

Baccelli dall'Orto Botanico

Ed ecco qua i frutti, è proprio il caso di dirlo, del "furto" all'orto botanico di Padova. Sono quattro baccelli di Bletilla Striata e due di un'Epipactis della quale purtroppo non ho segnato e non ricordo la varietà.
Alcuni baccelli di Bletilla sono ormai secchi, anche se ben sigillati. Quelli di Epipactis invece si sono già aperti riversando fuori un grande quantitativo di semi minuscoli, cosa che mi costringerà alla solita, fastidiosa sterilizzazione prima della semina in vitro.

Quelli di Bletilla sono piuttosto grandi, molto più voluminosi di quello che si è sviluppato sulla mia Bletilla da balcone.
Prossimamente aggiornamenti sulla semina di queste due specie e sui loro sviluppi. Intanto è tempo di preparare un po' di substrato utilizzando ciò che avanza di una vecchia spedizione dell'orchid seed bank project.

mercoledì 3 agosto 2011

Una Gita all'Orto Botanico di Padova

Qualche giorno fa ho fatto una gità presso l'Orto Botanico di Padova.
A quanto recitano i pieghevoli informativi il più antico orto botanico universitario del mondo. Fu infatti fondato nel 1545 dalla Repubblica Veneziana, che allora governava sulla regione, per fornire uno strumento di studio e ricerca sulle erbe e piante curative della facoltà di medicina della prestigiosa Università di Padova.
Il luogo è molto affascinante, soprattutto per la vetustà della sua storia e della sua atmosfera, nonché di alcune delle sue immense piante, più che per la varietà e ricchezza delle sue collezioni che difficilmente reggono il confronto coi grandi e moderni giardini botanici internazionali. Comunque sicuramente merita una visita, magari da accompagnare a una delle attrattive di Padova: la Cappella degli Scrovegni, il Santo, piazza delle Erbe.

Ovviamente non potevano mancare le orchidee. Ve ne è un'intera serra dedicata che ahimé, come troppo spesso accade in Italia, non era accessibile il giorno della nostra visita.
Ve ne sono poi sparse qua e là nel giardino. Appese sotto una tettoia, in un lato del parco ombroso e umido, vi sono numerose ceste da cui si dipartono dei dendrobium coi tronchi spessi come manganelli, e fasci di radici aeree folte come una chioma. A terra su dei ripiani, dentro vasi di coccio, un gran numero di cypripedium di diverse varietà. Nessuno in fiore.

Più avanti, in un angolo di habitat umido, tra un gran numero di piante diverse, mi sembra di scorgere alcuni steli di quelle che paiono delle orchidee terricole. Hanno dei frutti che stanno per schiudersi. Alcuni sono già aperti. Effettivamente la polverina che ne esce mi convince che sono effettivamente piante di orchidacee. Guardo meglio tra i cartigli che riportano i nomi delle varie piante e scopro che è una Epipactis. Con gesto rapido ne prendo un paio di capsule e le avvolgo in un fazzoletto di carta. So che è una cosa che non dovrei fare ma ce ne sono talmente tante di queste capsule che non sarà la fine del mondo se anche ne stacco un paio.

Metre ci stiamo avviando all'uscita noto un paio di folti cespugli di foglie lanceolate che spuntano dal terreno. Guardo meglio e il cartiglio dice Bletilla Striata. Tra le foglie, numerosissimi steli portano ognuno dalle quattro alle cinque capsule. Mi stupiscono le dimensioni, ben più grosse rispetto a quelle della mia povera bletilla da balcone.
Alcune sono già secche e brune, ma ben chiuse. Altre ancora verdi, con delle striature rosso cupo. Anche qui ce ne sono talmente tante che non mi sento troppo in colpa a prenderne qualcuna.

Nei prossimi giorni posterò qualche aggiornamento sulla semina di queste piante da ptrimonio dell'umanità UNESCO.

giovedì 13 gennaio 2011

Orchidea a Segesta


In questo periodo niente di nuovo, ne' nelle vecchie fiasche, ne' nei trapianti. Non mi va di fare il solito blog di coltivazione come già ce ne sono, quindi non tedierò nessuno con progressi nelle crescita, ecc. E mi atterrò quindi a quello che è il tema del blog, ossia la propagazione asimbiotica delle orchidee.
Nell'attesa però che ci sia qualche novità in tema, posto una foto fatta nelle appena trascorse vacanze a cavallo di capodanno.
Si tratta di un'orchidea selvatica che faceva capolino a fianco di una sua sorella o parente stretta, sul terrapieno che fiancheggia la ripida via che collega il tempio con il teatro nell'area archeologica di Segesta, in Sicilia.
Il tempo era particolarmente mite, sebbene si trattasse dei primi di gennaio. Il che spiega la fioritura così sorprendentemente anticipata.

Le orchidee sono veramente dappertutto.